Fra le molteplici attrattive offerte agli appassionati di montagna dell’amena Bazena, a due passi dall’Albergo, privilegio e monopolio per pochi “addetti ai lavori” c’era una volta la Pozza delle Rane.

Tutti conosciamo dai libri di lettura la Rana Verde delle risaie e delle paludi.
“Rana Esculenta” è il nome scientifico.

È proverbiale il carattere ciarliero e la spensieratezza di questi anuri.
La Rana Rossa di montagna, o “Rana Temporaria”, al contrario, è un personaggio molto serio e di poche parole: solo il maschio all’epoca degli amori emette un rauco sommesso “croàc” di richiamo.
La Rana Rossa va sempre di fretta, in perenne corsa agonistica contro l’inverno incombente.

Ad esempio, il socio del C.A.I. Pietro Salvetti, l’estate scorsa ha notato al Laghetto di Mare, dalle parti del Rifugio Gheza a duemila metri e passa, tutto una gelatina di uova di rane appena deposte.

È arcinoto quanto sia breve la bella stagione in quei paraggi.
Ai primi segnali di primavera, quella di lassù naturalmente, quando le pozze ghiacciate si aprono, la rana si affretta ad accoppiarsi ed a deporre le uova, spesso alcune migliaia per ciascuna femmina.

In pochi giorni le uova si schiudono, i girini crescono rapidamente, emettono le zampe, perdono la coda.

Appena sono atti alla caccia individuale, diventano terricoli: lasciano la pozza, si sparpagliano tra le erbe, massi e rododendri, cibandosi di insetti e lumachine.

Già falcidiati nell’acqua da ditischi e rettili, nonché dai genitori antropofagi, ora si trovano a fare i conti con le avversità atmosferiche e coi predatori.
Gelate tardive, nevicate balorde, grandinate, siccità, uccelli rapaci, vipere: una vita precaria, per i poveri anuri difesi soltanto da una minuscola tuta mimetica.

Ai primi freddi le rane superstiti cercano istintivamente un rifugio dal gelo in acque correnti, sotto grosse pietre o ceppi decrepiti, nella fanghiglia di acquitrini, aggrovigliate in masse di duecento e più individui.

È fortunato il bracconiere che le scova in autunno, rese ancora più appetibili dallo strato di grasso accumulato per far fronte al lungo semiletargo.

Di primo pomeriggio c’era stato un breve temporale, il primo della stagione.
Lavoravo distratto e irrequieto: annusavo qualcosa nell’aria.

Difatti, verso sera, un dipendente della “Tassara” addetto ai telefoni delle Centrali mi diede la voce dal cortile: “Il Carletto di Bazena ha bisogno urgente di un tubetto di Cibalgine”.

Era il segnale in codice che aspettavo.
Indossai immediatamente una tenuta adatta, indumenti U.S. NAVY ampiamente collaudati.
Infilai gli stivali di gomma al ginocchio.
Ficcai nello zaino lampada, carburo e fiammiferi controvento.
Legai il retino dal lungo manico alla Lambretta, e via, su per i tornanti di Bienno.

Molto prima della Cascata , un’imponente slavina tagliava la strada.
Al di là c’era ancora una neve da sci alpinismo.
Non fu una sorpresa.
Anzi mi rallegrai: forse le difficoltà di avvicinamento avrebbero scoraggiato l’orda di cannibali famelici e di professionisti a scopo di lucro.
Commercialmente una rana valeva quanto un uccelletto da spiedo.
Entro un’oretta ero in Bazena, accolto calorosamente dal buon Carletto.
Dopo una parca cenetta, feci un giretto di perlustrazione.
Dall’acqua saliva una suggestiva nebbiolina.
Si udiva il canto sommesso dei “cavallotti” celati da vapori.
Vengo immediatamente a spiegare ai profani cosa sono i “cavallotti”; si tratta di un diabolico trucco dei “ranieri” consumati.
Si lega con un lungo spago la zampetta di un maschio vigoroso ad un piolo saldamente piantato.
Quando arriva la femmina gravida, il ranocchio la strizza perbene e feconda le uova.
Il pescatore di tanto in tanto, ritira lo spago, strappa il maschietto dal dorso della femmina, incarniera quest’ultima e ributta il maschio in acqua.
Più ecologico di così!

A dispetto della strada interrotta e della nostra segretezza, all’imbrunire arrivano un vecchietto di Prestine con la sua truppa, più quattro affamati di Bienno.

Una vecchia storiella racconta che quando gli Astronauti misero piede sulla Luna, ci trovarono uno di Bienno che andava per rane.

Verso le dieci il Carletto mi disse che chiudeva bottega perché il giorno seguente, domenica, prevedeva una giornata faticosa.
Strizzandomi l’occhio aggiunse: “Quando ti pare, puoi andare a dormire in rifugio, così non ti segno il pernottamento”.
Sprangò la porta lasciando accesa la luce esterna.

Era uscito il sereno per nulla propizio e faceva freddo.
I quattro di Bienno erano già crollati da tempo per overdose di vinbrulè.
I Prestine, scoraggiati, se ne andarono.
Rimasi solo, ormai rassegnato a ritirarmi anch’io.

Quand’ecco, come per incanto, le stelle si oscurano, una folata di aria umida mi avvolse.
Prese a nevicare, ma fiocchi pesanti, larghi come una mano, si spiaccicavano sul terreno senza attecchire.

Le rane della Santina arrivarono in lunga fila, le grosse femmine già con il loro maschietto sulla schiena.
“Qui stanotte ne faccio un sacco”, mi rallegrai ad alta voce.

Ma, ahimè, avevo parlato troppo presto: la lampada acetilene, esaurita l’autonomia, diede l’ultimo guizzo e si spense.
E la scorta di carburo da Carletto era nella rimessa chiusa.
Imprecai contro la mia scalogna nera.

Altro che scalogna: le rane, attirate dall’unica fonte di luce, si fermavano attonite sulla porta d’entrata, facevano capannello.
Acchiapparle era semplice e facile come andare a castagne.

Rapidamente il sacco si riempiva, traboccava.
“Adesso basta”, decisi.
Le ritardatarie potevano raggiungere la pozza, oppure rifugiarsi sotto le tavole appositamente predisposte dal Carletto tutt’intorno all’Albergo.

Eccitato e infreddolito, stentai a prendere sonno.
Mi svegliarono un bussare discreto e la voce tonante del Carletto: “Salta fuori alla svelta, è arrivato Santo in buona compagnia e vogliono mangiare la torta di rane”.
Soppesò il mio sacchetto legato e sussultante ed aggiunse: “Saranno tutte ottanta. Spellale più in fretta che puoi. Se non bastassero, ci sono le mie nella vasca della lavanderia”.

La preparazione delle rane è un’operazione lunga e noiosa.
Si taglia la testa con un preciso colpo di forbici.
La rana priva di testa salta ancora come niente fosse.
Per finirla, si infila uno stecchino nella prima vertebra cervicale sede del midollo allungato che negli anuri funge da cervello.
La vittima s’irrigidisce in un breve spasimo e si rilassa, morta.
Si rovescia la pelle, si sventra, si tagliano le estremità annodando le zampe posteriori.
Si buttano man mano i corpicini in uno scolapasta che si lascia per mezz’oretta sotto un robusto getto d’acqua.
La carne perde il veleno tipico dei batraci, si gonfia, si fa bianca e burrosa.

Mi piazzai sotto la veranda del rifugio per non sporcare in cucina e per riguardo alle signore schizzinose.
Tirava un venticello molesto e piovigginava di sbieco.
Un’anima pietosa mi portò un fiaschetto di vino freddo che sapeva d’aceto.
Quando finalmente potei entrare nella cucina riscaldata, con le rane pulite ed asciugate, il Carletto stava sbattendo due dozzine di uova prodotte in loco.

Impastammo il battuto con pane e formaggio grattugiati, poco pane e tanto formaggio; aggiungemmo un goccetto di olio, sale, spezie, una bella manciata di “peruk”, spinaci di montagna appena colti.

“Nella torta di rane ci troverete di tutto, anche la mia ombrella che ho perduto l’anno scorso”, diceva serio il Carletto.

In una teglia unta ben bene, cominciammo a disporre un primo strato di impasto, seguito dalle rane sedute in circolo ordinate con la testa, si fa per dire, rivolta al centro.
Seguirono un altro strato di impasto ed uno di rane, e così via.
Poi subito in forno, nella grande cucina economica rimpinzata con il carbone della Tassara.

Dopo un’oretta di cottura sotto l’occhio vigile del nostro chef, tutti a tavola.

Il Santo tagliò con destrezza e distribuì generose porzioni con un discorsetto: “Per gustare la torta di rane bisogna non avere fretta.
Masticate lentamente gli ossicini più teneri e croccanti, rosicchiate le teste bianchicce di tibia e femore.
E’ purissimo calcio assimilabile, un toccasana per la cura e la prevenzione delle fratture da sci alpinismo”.

Mangiando raccontava vecchie avventure di montagna e ricordi di guerra dalle Ambe dell’Abissinia all’Ansa del Don.

Dopo la torta, il nostro generoso Maestro di Tavola tagliò a fette sottili due focacce caserecce, tanto per bere ancora un bicchiere di vino, e stappò un paio di bottiglie.
Alla fine intonò con la sua bella voce di Alpino “Dove te vèt o Mariettina”, e noi gli andammo dietro.

L’estate successiva la malga montò come sempre ai pascoli di Bazena.
Il capo malga ebbe l’idea di portarsi dietro una covata di anatroccoli ingordi che solcavano il laghetto come fuoribordo ingozzandosi di girini.

Seguirono due annate di feroce siccità invernale ed estiva.
Le bestie non morirono di sete grazie all’intervento dei nostri bravi Vigili del Fuoco che portarono su a cisterne l’acqua della Santina; ma la colonia di rane toccò e superò quello che in linguaggio scientifico si definisce “limite esponenziale”.

Così avvenne che in Bazena, a due passi dall’Albergo, c’è ancora la pozza, ma le rane non ci sono più.


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