Tutti gli anni ne salta fuori una nuova.
Dopo tanta terminologia anglosassone, ora sale alla ribalta un'attività sportiva definita con nome italiano: il Torrentismo.

Però, a pensarci bene, questa specialità, modestamente, l'ho praticata anch'io.
Non mi dilungherò in teorie, particolari tecnici e consigli pratici: passo immediatamente a raccontare la mia esperienza assolutamente inedita.

Da tempo immemorabile e fino agli anni cinquanta, dai prati di Pian d'Astrio in fondo a sinistra, un sentierucolo tagliava con stretti toccanti un ripido dosso, indi spariva, sprofondava in una stretta gola, saliva, scendeva, saltava a destra e sinistra del torrente che rumoreggiava sul fondo, aggirava speroni di roccia, ceppaie decrepite e sedimenti alluvionali molleggiati.

Era questa la famigerata scorciatoia delle Camighere che dimezzava in chilometraggio la salita alle malghe di Stabio, raddoppiando in compenso il dispendio di energie psicofisiche rispetto alle comode passeggiate rilassanti dei percorsi alternativi.

L’orrido e fiabesco ambiente che fagocitava gli ardimentosi escursionisti era arricchito da un emozionante senso di suspense quando il disgelo ed i temporali gonfiavano senza preavviso il torrentello, unico sfogo naturale all'immenso bacino imbrifero sovrastante, costringendo gli sprovveduti eroi ad un precipitoso free climb laterale fuori programma.
Vantaggio innegabile, quando finalmente si intravedeva una mezzaluna di cielo e si usciva in verticale dall'ultimo pozzo, camminando sull'erba profumata sembrava di essere passati dall'Infemo in Paradiso.

E' arcinoto che la Trota Iridea, come il Salmone, riesce a superare con balzi acrobatici le più ardue cascate, per cercare più a monte acque fresche e pastura abbondante fino a quote impensabili.
Fossero balle o vanterie di vecchi pescatori, una sera al Bar sentii sussurrare di una enorme solenga ritiratasi a vita privata nel primo pozzetto delle Carnighere.
Fatalmente attratto dalla tentazione di una preda eccezionale e di un fritto prelibato, quatto quatto me ne andai a dormire.

Il mattino seguente mi alzai per tempo e salutai baldanzoso mia madre: "Prepara la padella grande, sarò qui per le undici; oggi al magro ci penso io.
Era appunto un venerdì.
Perfettamente equipaggiato, inforcai la Lambretta e via, passando per Bienno e Mezzabreno.

Ai prati di S. Martino mi fermai e presi a frugare in un letamaio smosso di fresco.
Il villico che spandeva concime sul prato mi squadrò con fare sospettoso.
Poi vide lo scatolino ripieno di lombrichi e la canna in tre segmenti legata allo scooter; tranquillizzato, riprese la sua maleodorante bisogna.

Raggiunta Degna a tutto gas, parcheggiai la Lambretta, e su di corsa per i Fontanoni.
Divorai i prati del Pian d'Astrio ignorando il torrente; mi inerpicai su per i tornanti delle Carnighere, scesi nella stretta gola fino ad una specie di Pentola dei Giganti, malmessa e sbrecciata, comunque sufficiente a formare un invitante pozzetto.

"Dovrebbe essere qui", dissi tra me.
Montai due segmenti di canna, infilai con cura il lombrico più bello sull'amo e lanciai.
Avvertii un leggero strappo.
"Ci siamo", pensai con profonda emozione.
Diedi un colpetto alla lenza per "ferrare" la preda.
Allentai.
Ahimè, il filo rimaneva floscio.
Provai a tirare progressivamente: la lenza si tese, la canna s'incurvò.
"Maledizione!", imprecai ad alta voce.
"Ho attaccato".
Evidentemente la trota non c'entrava per nulla; l'amo si era incuneato fra due pietre convergenti, oppure si era conficcato in una radice.

Il buon senso avrebbe consigliato di tagliare e sostituire, ma un buon pescatore, per orgoglio o per innata avarizia, cerca sempre di recuperare.
Deposi la canna di traverso sulla pozza, mi rimboccai la manica destra, mi aggrappai con la mano sinistra ad una radice e seguii con la destra il filo teso assumendo per la verità un'inclinazione senza dubbio esponenziale.

Difatti, molto prima che la mano arrivasse all'amo impigliato, le suole di gomma scivolarono all'indietro sulla roccia viscida e mi ritrovai in una scomoda posizione pressochè orizzontale, come rospo, a pochi centimetri dal pelo dell'acqua.
Tanto per rendere la disavventura degna di nota, un robusto getto d'acqua, convogliato dalla radice, centrò la manica del giubbino, passò sotto l'ascella, riempì lo stivale, risalì fino al cavallo, prese a riempire l'altro stivale, conforme alla nota teoria dei vasi comunicanti.

Fin troppo calmo, indugiai a riflettere sulle possibilità di uscire dall'incresciosa situazione.
Scartai l'ipotesi di tuffarmi addirittura e salvarmi a nuoto: lo specchio d'acqua era troppo ristretto.
Optai per il colpo di reni e la spinta contro la radice ed un provvidenziale spuntone roccioso.
La canna sotto il mio petto si spezzò gemendo, ma il suo estremo anelito contribuì a ridarmi la posizione eretta.

Valutai freddamente l'emergenza: apparentemente asciutto di fuori, ero zuppo d'acqua gelida al di dentro.
Soltanto i capelli protetti dal cappelluccio col taschino erano perfettamente asciutti.
Cercai invano nelle tasche e tasconi il fido accendino di contrabbando smarrito o dimenticato.
Non che questo cambiasse molto le cose: con tutto il marciume a disposizione, sfido uno Scout a fare del fuoco.

Scesi a rotta di collo al Pian d'Astrio dove, come ben sapevo data la stagione morta, non il più esile fil di fumo saliva dalle baite sprangate.
A gran fatica mi cavai gli stivali, strizzai le calze con mediocri risultati, rientrai nelle calzature fin troppo impermeabili e scesi al galoppo in quel di Degna guadagnando un certo miglioramento della temperatura corporea.

Montato in sella, pensai rabbrividendo al vento della velocità lungo la carrozzabile per Bienno.
Optai pertanto per la vecchia mulattiera di Astrio, selciata, ripida e tutta buche.
La scarsa compressione del modesto due tempi obbligava i freni ad una frenetica collaborazione alternata ad i continui sobbalzi pompavano dagli stivali l'acqua relativamente intiepidita che discendeva regolarmente raffreddata per poi risalire e così via.

Quando grazie a Dio sbarcai a casa mia ed attraversai la cucina senza lasciare la minima traccia di umidità sul pavimento, la mamma, senza fare domande indiscrete, decise: "Vuol dire che apriremo una scatola di tonno".
Io ribattei: "ho un brutto freddo nelle ossa, mi cambio la maglia e mi ficco nel letto".

Purtroppo a quei tempi nelle case della gente comune non era ancora arrivato il confort della doccia calda.

La mamma premurosa mi raggiunse: "Prendi un'aspirina, che ti fa bene".
Io annuii: "Dammi anche un grappino, c'è la bottiglietta sul cassettone".
Però sul cassettone c'erano due bottigliette, frutto delle mie segrete alchimie.
Tra l'una e l'altra troneggiava l'accendino dimenticato.

La mamma ignara mi porse la benzina Avio, limpida come l'acqua.
Senza annusare trangugiai ingordamente un sorso, sputai e tossii.
Parte della benzina andò giù, parte usci dalle narici.
E mi fece bene: dopo un'oretta di sonno ristoratore, mi svegliò lo scricchiolio del pavimento di legno.

"Preferisci un tè o un bel brodo caldo"? chiese sollecita mia madre.
"Preferisco polenta", risposi allegramente balzando dal letto.
"E poi vado a lavorare, non voglio perdere la giornata.

Mia madre raccolse da terra la roba bagnata, soppesandola con mano esperta: "Meglio lavarla subito, se no s'infeltrisce.
Però, che razza di sudata, che hai fatto".


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