Prima di iniziare a stendere queste mie memorie, mi si permetta una precisazione: nella pur lusinghiera presentazione di un mio scritto pubblicato l’anno scorso, si affermava che ho iniziato a frequentare la montagna negli anni cinquanta.
C’è un errore per difetto: la mia prima avventura l’ho avuta nei primissimi anni trenta, quando, evaso a quattro zampe dalla casina di Sesa in quel di Bienno, fui trovato in precarie condizioni psicofisiche a causa di un’eccessiva scorpacciata di lamponi.

Poi vennero ben presto le esperienze di Concarena, dei monti di Niardo e di tutte le montagne di casa.

Ma veniamo ai miei primi passi di sci alpinismo.
Inverno di guerra 42-43. Le scuole erano chiuse per carenza di riscaldamento.
A Breno, per togliere i ragazzi oziosi dalle strade, venne realizzata una lodevole iniziativa: un corso di sci presso il Rifugio di Bazena.

Promotori, organizzatori, comandanti ed istruttori: il Capitano Evangelista Laini, convalescente da grave ferita riportata sul fronte greco-albanese; il rag. Peppino Conti, dirigente di industria bellica; il maestro Giacomo Cappellini, esonerato grazie ai due fratelli al fronte.
Ignoro purtroppo il nome delle eminenze grigie che finanziarono la spedizione. Solerte segretario addetto alle iscrizioni era Antonio Giacomelli detto Carbonella con chiara allusione al marchingegno autarchico succedaneo della benzina.

Mi presentai speranzoso al sullodato segretario che mi radiografò con occhio clinico insistendo sulle scarpe.
Abile.
Versai una simbolica quota d'iscrizione e mi venne assegnato un paio di sci nuovi di zecca che mi parvero un sogno.


In famiglia nacquero problemi di equipaggiamento.
Lato finanziario a parte, non esistevano negozi di abbigliamento sportivo ed i tessuti erano razionati.

Ci arrangiammo in modo pratico e pittoresco.
lo reperii nella cassapanca della nonna un antico costume da caccia in fustagno a quadrettino.
I maglioni erano un indumento di uso comune.
I filarelli delle Massaie Rurali frullarono a marce forzate, i ferri da calza ticchettarono fino a notte alta sfornando calzettoni, guanti e passamontagna di lana pruriginosa.

Venne il giorno fatidico della partenza.
Adunata di buon’ora in Piazza Roma, sfilata per il Corso Centrale.
Apriva la marcia la preala delle salmerie trainata da un mulo volonteroso che faceva il passo.
E su per via Garibaldi e la vecchia strada del Pilo.

Qui, davanti alla fontana ghiacciata, accadde il primo ed unico incidente.
Ettore Masina, il futuro giornalista, che aveva una strana camminata inclinata in avanti, scivolò e cadde, mollando istintivamente gli sci in testa al seguente, che crollò a sua volta, e così via fino al sottoscritto ed oltre.
Ci volle un bel momento per districarci, riformare i ranghi e riguadagnare il gruppo.
Pescarzo, Astrio, Degna, Dòs del Termen, le Viurche interminabili.
Sosta in Campolaro per il rancio caldo.
E di nuovo in marcia sulla neve sempre più alta.

Dopo la Cascata, il gruppo si spezzettò a causa dell'atavica corsa alla stalla.
Rimasi isolato.
Imbruniva, ormai.
Avevo le mani intirizzite nei guanti umidi, i piedi gelati nelle scarpe irrigidite con quattro dita di zoccolo inseparabile dalle suole chiodate.
Incominciavo a fare i brutti pensieri: in Bazena c'ero stato altre volte, ma per diversi sentieri, e ignoravo di essere ormai prossimo alla meta.
Mi raggiunse un aitante geometra che mi liberò con gentile fermezza dal peso degli sci e mi risollevò il morale.

E finalmente la grande sala del Rifugio illuminata dalle lampade a carburo, al centro la monumentale stufa ronfante.

Sulle tavolate imbandite fumava la minestra nelle scodelle di alluminio marchiate C.A.I.
Dopo cena il Cischì Guarneri intonò con voce alla Beniamino Gigli «La donna più sincera» e «Mamma son tanto felice».
I più piccoli fecero il pianto e bisognò accompagnarli a dormire.

Le prime notti furono piuttosto disturbate; gli ufficiali dormivano in albergo e gli anziani facevano baracca fino a notte alta, ma prima di andare a letto venivano a darci la buonanotte, vale a dire botte da orbi, cuscinate, letti in batteria.
Ci facemmo furbi: collocammo sulla porta socchiusa una massiccia lampada da minatore ed una catinella d'acqua.
La strategia funzionò, e fummo lasciati in pace.

Nella grande camerata attigua, in uno strano separé di candidi veli, dormiva il Cappellano don Battista Fanetti, che diceva Messa nella chiesetta a sottozero, per sè e per pochi volonterosi, in 16'4" e sei decimi, omelia compresa.
E avanzava anche tempo per soffiarsi il naso.
Quelli sì, che erano preti!

Si narrava di lui che fosse rientrato dal Blumone con una scarpa sola: «E tira e tira, 'l Cúrat l'è gnit, ma la scarpa l'è restada zo ... ».
Ma questa è un'altra storia, e bisogna farla raccontare a Paolo Mensi.

Non mi dilungherò sulla scuola di sci.
La pista pazientemente battuta nel bel mezzo dei gras terminava in una conca, per dare fiducia ai timorosi e fermare gli inesperti.
Gli istruttori, improvvisati facevano del loro meglio, con metodi e stili che oggi fanno sorridere.
Gli sci erano di frassino o di hikory, non laminati, con gli attacchi di cuoio a rampinello articolato sulla ganascia, ottimi per la risalita ma un disastro in discesa.
Nella selva dei bastoncini allignavano parecchi manici di scopa.
Comunque qualcosa si imparava e, bene o male si sciava anche allora.

A fine corso ci fu anche una gara, suddivisa in tre categorie: anziani, allievi e mezze cartucce.
Personalmente non fui ammesso, a causa della scarsa frequenza e per la mancanza di sci, confiscatimi da un anziano.
In complesso sciai ben poco: fosse scalogna o ignobile trucco, ogni mattina venivo sorteggiato di corvée, leggi attingere acqua al pozzo con una corda ghiacciata, portare legna e pelare patate, montagne di patate.

Bazzicando per la cucina del Rifugio ebbi peraltro modo di apprezzare la bravura e la solerzia del custode, il Russi Gelfì del Pil, il quale, coadiuvato dalla signora Angela e da una giovane cameriera, provvedeva al pane fresco ed ai pasti quotidiani.
Dimenticavo il figlio Gioan, un bocetta che sciava con disinvolta naturalezza e ci snobbava.

Non mancava l'assistenza sanitaria assicurata dall'universitario Sandro Milesi, detto Citrosyl (cauterizzante cicatrizzante a base di limone; polivalente per vesciche, storte, geloni e freddo sotto le unghie).

Di giorno la disciplina bonaria non evitava piccole beghe, soprusi e discriminazioni stimolanti più che mortificanti. Ma alla sera si cantava tutto il comune repertorio, gomito sul tavolo, mano all'orecchio, e la voce del' Cischì Guarneri, con l'allenamento, si era ulteriormente irrobustita. Finché cominciò a nevicare, come sapeva nevicare allora.

Il Russì, nel giustificato timore che quell'orda di affamati gli restasse in groppa fino allo scioglimento delle nevi, consigliò la ritirata strategica anticipata; bontà su, apri la pista trascinando un pesante travicello di larice fino in Campolaro.
Qui non nevicava più, e a metà Viurche trovammo il sole.

A Breno era caduto un buon mezzo metro di neve, i tetti gocciolavano e mollavano faldoni tra capo e collo. Un'orchestra di pale raschianti il selciato faceva da sottofondo sonoro.
In piazza S. Antonio gli anziani spalatori ci fecero il presentatarm con badili e sgarnere. La compagnia si sciolse e tutti a casa.
In famiglia, accoglienze trionfali, baci e abbracci, domande a non finire.

In silenzio aprii lo zaino rigonfio e rovesciai sul pavimento una montagna di roba sporca e di tozzi di pace raccattati sotto le tavolate.

«Come stanno i miei conigli», chiesi.
E mia madre disse: «Sei una brutta bestia».
Ma era commossa e fiera di suo figlio.

Per un paio di mattine, svegliandomi nel mio letto, credevo di essere ancora in Bazena.


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