Non esiste al mondo un alimento vituperato quanto la minestra: i militari
la chiamano zuppa, i bambini “la cattiva”, i mariti amorosi
la brodaglia, i prigionieri sbobba.
Checché se ne dicesse, alle Elementari di Breno la minestra era buona.
Le Massaie Rurali che pulivano la verdura e cucinavano erano volonterose
e competenti. Le Donne Fasciste che collaboravano ci rimettevano spesso
di tasca propria.
La Refezione era nata per dare un piatto caldo, al riparo dalle intemperie,
agli alunni meno abbienti ed ai contadinelli che scendevano a piedi da remote
contrade.
Questi ultimi erano i più soddisfatti
del servizio perché integravano il pane offerto dalla ditta con robusti
tranci di prodotti caserecci.
Io
personalmente non usufruivo del servizio perché abitavo in via Tonolini;
però nel lungo stanzone ad involto situato al pianterreno del “Collegio”
ci bazzicavo come addetto ai lavori.
Ogni giorno, infatti, facevo l’appello dei presenti
aventi diritto e consegnavo in cucina la lista correlata da un disegnino
di stagione.
Dovevo essere bravo, perché le cuoche trascuravano per
un istante i pentoloni onde ammirare il mio capolavoro quotidiano.
Per accedere
alla Refezione era d’obbligo l’iscrizione al Partito. La tessera,
cinque lire più una lira per pagella, era comprensiva di una quota
assicurativa.
Il mio amico Pelamatti, giocando col “cargiulì”,
lo slittino fai da te dei miei primi approcci con la neve, si ruppe una
gamba. Curato e guarito, fu convocato in Comune.
Il padre si rifiutò di accompagnarlo: "Sono fatti tuoi, arrangiati!".
Il contadinello varcò titubante la soglia dell’austero Municipio.
Fu indirizzato all’Ufficio del Minighì Canossi che gli versò
la somma di Lire Italiane 100, a titolo di risarcimento per l’infortunio
subito. Il Balilla Pelamatti, superata la comprensibile tremarella, sottoscrisse
con mano ferma la bolla di quietanza. Cento lire equivalevano alla paga
settimanale del babbo, dipendente della Tassara.
Il giorno di S. Lucia 1938
si celebrava a Breno una Messa a ricordo della Mamma del Podestà
ing. Erminio Valerti. La maestra Giulia Rossi era abilissima nel confezionare
corone d’alloro e “gerbes” di fiori.
Per il 4 novembre
ed il 24 maggio tutta la classe era mobilitata per procurare il verde ed
infilzare col fil di ferro le ghiande ricoperte di stagnola. In quell’occasione
la terza maschile si fece onore. Le squadracce di Mezzarro, Cabianca, Plagne,
Cerreto, Bilone, Laverino, rovesciarono in aula montagne di muschio e di
rose di Natale. Noi le chiamavamo bucanevi.
L’insegnante riordinò
il tutto in un cuscino da record. Nella Parrocchiale erano presenti le Scuole
al completo, dai “Grandi” dell’Asilo, in divisa, gagliardetto
in testa, ai due Avviamenti, Commerciale e Industriale. Alla fine del Rito
Religioso il sottoscritto, in perfetta divisa, in coppia con la Piccola
Italiana Giovanna, portammo il cuscino di fiori al Cimitero.
Giovanna era
una bella bambina dalla pelle scuretta, figlia del rag. Carlo Franzoni e
di una Rizzieri; nelle scenette natalizie recitava sempre la parte della
Madonna.
Al Cimitero, davanti alla cappella Valerti il Podestà mi
ringraziò, mi accarezzò la guancia paffuta col sottogola troppo
stretto e mi diede cinque lire d’argento, un Aquilino.
Tornato a scuola, mostrai trionfante la moneta alla Maestra che mi parlò
seria, come un adulto: "Questo danaro non è tuo, appartiene
alla classe. Abbiamo lavorato tutti per meritarlo ed ora lo useremo per
pagare la tessera al compagno Giacomo che ha perduto il papà".
Per me ragazzino, istintivamente ingordo ed egoista, fu una splendida lezione
di viver civile.
Con lo scoppio della guerra ed il razionamento, si fece grave il problema
della pasta e del riso. I Maestri, gli Amministratori, le Signore e le Massaie
Rurali, riuniti in assemblea straordinaria, vararono il piano “Orticello
di Guerra”.
" In mancanza di pasta e riso, faremo la minestra spessa e nutriente
con le verdure e i legumi di nostra produzione".
Capogruppo
degli insegnanti era il maestro Berdini, trasferito “d’ufficio”
a Breno dalla sua Venezia Giulia per aver rivestito cariche al servizio
dell’Impero Austro-Ungarico.
Oltre che insegnante amato ed ammirato dagli allievi, il
Berdini era agronomo, apicoltore, cacciatore, ed un’ora alla settimana
sonava il violino in classe e faceva cantare i ragazzi.
Il Maestro selezionò
i più idonei: molti erano maturi e robusti, quasi tutti avevano un’esperienza
familiare di lavori agresti.
L’Istruttore fece eseguire uno “scasso”
profondo due vanghe. Venne alla luce una specie di torba nerastra, l’humus
fertilissimo delle colture tradizionali sepolte dai lavori di sterro per
la costruzione dello Stadio e delle Prigioni.
Ortolane e umili connette
fecero a gara nell’offrire sementi e “piantarole”. Si
seminò, si trapiantò ed i risultati furono altamente gratificanti.
Poiché la campagna agricola non coincideva con l’anno scolastico,
la produzione estiva alimentava la Colonia Elioterapica vulgo Cura del Sole.
Per recarsi al lavoro gli “Zappatori” marciavano inquadrati,
attrezzi in spalla, e cantavano. Ricordo ancora musica e parole della canzone
preferita:
“… mi han chiamato militar
ai confini mi han mandato su una nave militar.
Combattendo fra le onde ad un tratto mi fermò
una palla luccicante che nel petto penetrò.
Quattro amici son venuti, mi han portato all’Ospedal
ed il medico mi disse: Non c’è nulla da sperar…”.
Varcato il ponticello di legno che portava allo Stadio, la Compagnia batteva
il passo e la cadenza.
Tutto decadde tristemente l’infausto 8 settembre ’43, quando
il “Collegio” fu requisito dai Tedeschi.
Le scuole riaprirono
in aule di fortuna.
Nell’orticello di guerra crebbero alte e rigogliose
le erbacce, fra le quali correvano e strisciavano in tuta mimetica le
giovani reclute dell’esercito invasore.
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