Il viaggio di avvicinamento è stato lungo, e l'oscurità ci sorprende nell'ultimo
tratto della mulattiera che da Cogne sale al Lauson (pron. Loson).
Un cozzare ritmico di corna accompagna i nostri passi: sono loro, gli stambecchi,
che incrociano in duelli rumorosi quanto innocui i loro sonori trofei. Siamo
saliti fin qui per loro, per vederli e fotografarli.
Arriviamo al Sella, gremito soprattutto di soci del C.A.I. di Biella. Naturale,
è il loro Rifugio. Sul finire della parca cena, si siede alla lunga tavolata
un guardaparco in divisa. Ordina una grappa che stenta ad arrivare. Gli
offro un assaggio della nostra; apprezza e ringrazia. Parliamo, anzi parla
lui, del suo impegno quotidiano, dei disagi e delle soddisfazioni, e della
volta che è rimasto bloccato dalla neve nell'ultima casermetta e i suoi
di casa lo credevano morto.
Due alpinisti, guida e cliente, lasciano la tavolata. La guida si accomiata
in patois valdostano dal guardaparco, che poi ci spiega: vanno al Vittorio
Emanuele, la traversata dal Lauson alla Válsavaranche non presenta grandi
difficoltà, però è lunga.
La guida è Perruchon, il fondista olimpico orgoglio della squadra azzurra,
medaglia d'oro per la 50 Km, che ha perso di recente due figli, annegati
nel torrente fuori casa. Una tremenda batosta, per un uomo. Fortuna che
gli è rimasta la montagna.
Pausa di silenzio. Poi la guardia riprende: «Adesso vado a dormire anch'io;
domani partiamo presto per una battuta allo stambecco. Dobbiamo catturare
una femmina viva, da spedire in Jugoslavia per ripopolamento».
Gli chiedo speranzoso se possiamo partecipare. L'uomo si raffredda di colpo:
«In questa stagione le femmine vivono isolate in una zona impervia, sono
diffidenti. Non è facile circondare l'esemplare, sparare da distanza ravvicinata
la siringa di narcotico in un punto sensibile: basta un errore minimo, e
si rischia di far morire inutilmente un capo prezioso. Non vogliamo turisti
che fan casino».
Sfodero le mie credenziali, ma lui, evasivo: «Be', vedremo domattina».
Passiamo la notte nella vecchia baita dormitorio, piantata infelicemente
per lungo davanti all'entrata del rifugio.
Fino a notte alta, si susseguono arrivi di alpinisti che spalancano la porta,
frugano con la pila e se ne vanno chiedendo scusa senza chiudere la porta.
Ed io dormo, o almeno dovrei dormire, al piano terra del primo castello.
Così avviene che prendo sonno quando sarebbe ormai ora d'alzarsi.
Al tardivo risveglio, corriamo alla palazzina dei guardaparco. Una giovane
signora ci indica vagamente: «Sono andati per di là, è tanto che sono partiti».
C'incamminiamo.
Arrivati al bordo di un torrente, facciamo sosta per la colazione. Carico
la piccola «Moka», ricercata novità, in montagna, e accendo il lanternino
a spirito eredità del prozio farmacista.
Nel frattempo il maestro Creatini armeggia sotto un mucchio di giaccavento
per caricare la cinepresa.
Il caffè gorgoglia, e i due compagni annusano l'aria vogliosi.
Ma sul più
bello istinto del cacciatore alzo lo sguardo e vedo al di là del torrente,
in precario equilibrio su una roccetta a strapiombo, un giovane stambecco
che avanza barcollando. Mollo la caffettiera, in due salti guado il torrente,
trovo un agevole passaggio a gradoni.
In tre zampate sono in cima, di faccia
all'animale; con una spallata lo stendo al sicuro. Mi sfilo la cinghia dei
pantaloni e gli lego saldamente le zampe posteriori.
L'amico Scalvenzi mi raggiunge e mi dà manforte.
Da un punto strategico, il maestro Creatini filma la scena.
Sento voci e imprecazioni. Saltando di masso in masso, brandendo una specie
di mitra ad aria compressa e recitando litanie in romagnolo, arriva il veterinario
seguito dall'anziano guardaparco che avvolge lo stambecco in una pesante
rete di cordino.
Ci raggiunge un signore, anziano e corpulento, in ampie zuave di velluto,
seguito dal gruppo di giovani guardie in divisa che litigano e discutono.
Il vecchio taglia corto, si getta sulle spalle la preda più grossa di lui,
si cala con agilità sorprendente a livello del torrente, lo guada e raggiunge
buon primo la palazzina, solo come Bartali sul Tourmalet.
La preda preziosa dorme tranquilla nella gabbia stretta e massiccia, che
viene caricata su di una slitta di larice squadrato di fresco con l'accetta,
trascinata da un mulo a fondovalle. Qui affronterà il lungo viaggio in furgone,
con l'assistenza continua di un veterinario. La Jugoslavia ricambierà con
una coppia di cervi oggi estinti nel Parco.
Il guardaparco veterano si leva le scarpe e strizza i calzettoni. Faccio
altrettanto, seduto sull'erba accanto a lui. M'incammino per recuperare
zaino, compagni e caffettiera. L'altro giú grida dietro: «Prendi la tua
cinghia, altrimenti perdi le braghe!».
La sera stessa ronzo nei dintorni della palazzina.
L'anziano signore che ha l'aria di comandare qualche cosa fuma la pipa e
parla dei «suoi» stambecchi, dei tempi difficili nell'immediato dopoguerra,
quando si è evitata per un soffio l'estinzione della specie. «Ora possiamo
guardare con fiducia all'avvenire» conclude; «il mio sogno è di reintrodurre
lo stambecco in tutto l'Arco Alpino, il suo habitat naturale, del resto».
Guarda l'orologio: «Ora devo andare, altrimenti perdo il sorgere della luna».
«Posso farle compagnia?» azzardo. «Certo», risponde «purché stia zitto».
Ed eccola, la luna, bianca e grande come non l'ho vista mai.
Rientrando, il signore anziano mi chiede: «Era con lei, quello che filmava,
stamattina? Ci terrei ad avere il filmino, è un documento raro; pago quel
che ce da pagare». «Dove devo spedirlo?», chiedo. «Prof. Videsot, Parco
Nazionale del Gran Paradiso, Aosta».
E’ arrivato anche un guardiacaccia jugoslavo per partecipare alla cattura
di un maschio. C'è n'è un gruppo consistente stanziato in una conca erbosa,
e la caccia non presenta difficoltà. Però la gabbia massiccia col bestione
dentro pesa maledettamente. I portatori si cambiano sotto ogni centinaio
di metri, lungo un sentiero tracciato da innumeri scarpinate in fila indiana.
La guardia jugoslava è alta come me, e facciamo coppia camminando a valle,
con gli spigoli della cassa contro la gobba. Pazienza, la gloria non si
accarezza mai gratuitamente.
La vacanza è finita. Scendiamo piuttosto per tempo, perché vogliamo visitare
anche l'Orto Botanico, un Museo vivente pressoché completo di fiori e piante
alpine.
Incrociamo il conducente che sale col suo mulo per caricare lo stambecco.
Subito dopo ci sorpassa il prof. Videsot, ad un'andatura sorprendente per
un uomo della sua età e della sua corporatura. «Corro ad allertare il camioncino
a fondovalle», ci grida senza rallentare: «Mi raccomando il fìlmino! ...
».
L'amico Creatini, da buon toscanaccio fornito di senso pratico, sogna già
onori e denaro in cambio del suo capolavoro.
Lo incontro dopo una settimana, il toscanaccio parsimonioso che, sotto il
mucchio di giaccavento ha infilato appena appena il filmino nella bobina,
per guadagnare mezzo metro di filmato.
Con la faccia del contadino che gli
è morta la mucca migliore, mi mostra la pellicola e la svolge lentamente
controluce: la celluloide è trasparente e limpida, vergine e incontaminata
come l'acqua cristallina del Lauson.
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