(Leggenda camuna)


Poco sopra l’abitato di Niardo, celato tra fitti boschi e scoscesi dirupi, si apre un ampio e profondo antro naturale chiamato “La caèrna dei Pagà”.

Da ragazzini andavamo ad esplorarlo, ma nessuno aveva mai trovato il coraggio di spingersi fino alla fine dei bui e misteriosi recessi.
I vecchi del paese ci raccontarono che hai tempi dei tempi la caverna era abitata da una tribù di uomini selvatici.

In numero limitato rispetto alla vastità del territorio, questi primitivi d’estate se la passavano discretamente bene, ed il cibo non mancava.
Gli uomini cacciavano e tendevano trappole; le donne e i bambini raccoglievano frutti di bosco e funghi mangerecci.
In autunno, imitando gli scoiattoli, ammassavano nella grotta noci, nocciole e castagne.

Ma gli inverni erano lunghi e tristi, senza neppure il conforto del fuoco perché non era ancora stato inventato.
Per tenersi caldi, se ne stavano accovacciati stretti uno contro l’altro come cuccioli senza pelo, con i bambini in mezzo al mucchio, aspettando la primavera in semiletargo per non consumare energia.

Quell’anno il tempo era stato eccezionalmente secco e rigido, ma a metà inverno il clima si addolcì.

Una mattina il capo del clan si avventurò sulla soglia della caverna ed ai suoi occhi stupefatti si presentò uno strano spettacolo mai visto prima di allora: in una luce diffusa e indefinibile priva di ombre e chiaroscuri, una spessa coltre bianca copriva il terreno e piegava i rami degli abeti.

Il silenzio profondo, innaturale, non era rotto dal minimo soffio di vento o da un pur tenue pigolio d’uccello.
Il ruscello gelato non mormorava sotto il candido tappeto e sembrava un’agevole strada segnata dai macigni imbacuccati.

Il capotribù chiamò a consulto gli anziani che uscirono, annusarono, assaggiarono.
Ma nessuno seppe dire di che cosa si trattasse.

Fu deciso di svegliare il Grande Vecchio che dormiva in un cunicolo, avvolto in un giaciglio di foglie, muschio ed erbe secche e di portarlo all’ingresso dell’antro.

Sulle prime l’anziano cavernicolo non vide nulla perché a forza di stare al buio i suoi occhi si erano incollati.
Ma qualcuno diede mano ad un rudimentale rastrello di legno e le palpebre chiuse vennero ripulite dai pesanti grumi di cispa.

Ricuperata la vista, senza annusare, senza assaggiare, il vecchio patriarca potè finalmente sentenziare: “ E’ il castigo di noi Pagani!”



L'età dell'albero


Taglio netto profondo di scure
ferita mortale di lunga lama stridente.
Ogni anello è storia di sole
di luna e di stelle
di pioggia e di vento.
Di fiori, di frutti, di nidi, di canto d'uccelli.
Di lunghi silenzi.
Uno scroscio di rami spezzati, uno schianto:
la storia è finita.
Sembrava che fosse finita.
Perchè il vento ha portato un seme lontano lontano.
Nessuno
ha visto il seme cadere. Nessuno
ha visto dove il seme è caduto.
Ma un giorno la neve si scioglie
la terra si spacca.
Ricomincia una storia di sole...



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