Forse le giovani leve del C.A.I. non ci crederanno, eppure sono stato giovane
anch'io, ed anch'io ho superato il morbillo e la tosse canina. Come ogni
anno, assolto l'obbligo di frequenza al penultimo corso di Asilo Infantile,
trascorrevo le vacanze in quel di Niardo, presso la dimora estiva di famiglia.
Esaurite le rituali gite in comitiva ed i picnic a S. Giorgio, a Mantì
ed a Disì, trascorrevo le mie giornate in libertà sfrenata
ed istruttiva nella piazza del paese, nelle stupefacenti contrade, nelle
stalle e nei campicelli dei miei fantasiosi amici locali. La magione avita
mi fungeva quasi esclusivamente da refettorio e dormitorio.
Naturalmente,
fui io, a portare a casa la tosse canina. Alle prime avvisaglie mia madre,
vedova di un medico, dopo un rapido calcolo mentale, ritenne inutile e tardivo
il mio isolamento dal resto del clan. Difatti, entro pochi giorni la sorella
maggiore, il fratello minore e la sorellina che muoveva i primi passi, si
unirono al coro di ragli e latrati.
Intervenne il Medico condotto, preparato,
esperto e solerte, che decise di sperimentare una cura d'avanguardia a base
di etere etilico. Previo movimentato inseguimento complice prezzolata la
giovane colf autoctona, l'ago della siringa penetrava indolore. Era un attimo
dopo, che si scatenavano fuoco e fiamme. Però, dopo qualche minuto
di frenetica danza indiana, il paziente sprofondava in una specie di beato
Nirvana che gli permetteva di mangiare, digerire, e dormire un lungo sonno
ristoratore.
E' strano, il potere rievocativo degli odori percepiti nell'infanzia:
ancora oggi, e son passati più di sessant'anni, quando per lavoro
uso qualche goccia di quell'anestetico, rivedo la vecchia sala, l'odiato
sofanino e la barba rossa del bravo dottore.
La terapia funzionava, tuttavia
ci sembrò che andasse un po' troppo per le lunghe. Di conseguenza,
decidemmo speranzosi di adire alla Medicina alternativa. La rubrica "Salute"
della Domenica del Corriere consigliava qualche goccia di benzina nel caffelatte.
Troppo pericoloso, pensammo. Madre Cattolica, invece, riteneva efficace
un'ascensione ad alta quota in velivolo scoperto. Decisamente difficile
e dispendioso, a quei tempi. Una buona vicina di casa ci raccomandò
una devozione a S. Vito di Astrio. "E come ci si arriva?", si
informò mia madre. "E' facile", intervenne l'ometto perennemente
seduto sulla panchina di pietra. "Quando siete in Disì, andate
sempre diritti trascurando gli incroci a destra e sinistra in discesa e
in salita. Non potete sbagliare neanche a volerlo". "E si trova
acqua?", si informò mia madre.
L’ometto fece una smorfia: "Puah, di quella ce n'è fin
troppa".
Di buon mattino ci incamminammo per via Angeli Custodi.
lo aprivo la marcia, impugnando un bastone, per le vipere; e portavo lo
zaino delle provviste, uno zainetto molto bello con le cinghie di cuoio
felpato e due tasconi esterni.
Chiudeva
il corteo mia madre con la piccola in braccio. Passato Disì, affrontammo
imperterriti l'ignoto. Giunti al Santello delle Fontane, facemmo sosta.
La regola prescriveva lo stretto digiuno, ma i bambini erano esentati; e
mia madre non aveva la pertosse. Sedemmo all'ombra dei castani, si dice
così anche se il sole da quelle parti arriva piuttosto tardi. Per
prima cosa, estrassi dallo zaino il bicchiere tascabile di alluminio, una
trovata ingegnosa e divertente; consisteva in una scatola rotonda e piatta
contenente svariati anelli in lamierino: tirando verso l'alto l'anello esterno,
si otteneva un tronco di cono a tenuta quasi stagna. Spenta la sete, con
una leggera pacca gli anelli rientravano. Bevemmo a sazietà, mangiammo
di gusto.
Fosse l'aria fina di paghera, fossero il profumo dei ciclamini e l'afrore
fungino degli aghi d'abete in decomposizione, fosse il benefico relax di
un piede e poi l'altro, fatto si è che a nessuno venne in mente di
tossire.
Riprendemmo il cammino in una galleria di noccioli guadagnando
rapidamente quota. Sbucammo in una vasta radura, forse le Plagne di Pescarzo,
forse la Bella Cara. Guardando al fondovalle, vidi un mare di tetti, campanili,
un castello. "Guarda, mamma", esclamai "che bel paese. E
com'è grande! Forse è una città; io dico che è
Brescia". Mia madre scoppiò a ridere: "Ma non vedi che
è Breno, o stupido. Guarda, appena sotto la Chiesa c'è la
nostra casa". L’evidenza dei fatti non intaccò minimamente
il mio entusiasmo: "Breno o non Breno, è sempre un gran bel
paese".
E cammina cammina fra prati e boschetti, toccammo finalmente
i campi coltivati, indubbio segnale che la meta agognata era ormai prossima.
Una vecchia strada superata dal progresso tecnologico; una lunga passeggiata
a mezza costa; mezza montagna per mezzi uomini, fanciulli, famigliole ed
ultra pensionati, siamo d'accordo. Però sono pur sempre sei o sette
chilometri per un dislivello di quattrocento metri.
In Chiesa, quasi ci
stesse aspettando, una donna neanche molto vecchia appoggiata al manico
della scopa come un manovale alla pala, si informò minutamente con
distacco professionale dei casi nostri. "Avete fatto proprio bene a
venire; che passa S. Vito non ci sono barbe di dottori", stabilì
con spiccato accento locale. "Aspettate un momento, che chiamo il Parroco".
Mia madre disse che non era il caso di disturbare, ma la donna tagliò
corto: la presenza del Prete era indispensabile.
Dopo pochi minuti comparve
il Prete, vecchio, ma vecchio, con la tonaca nera e i capelli bianchi. Parlava
dialetto con qualche indispensabile parola italiana, ma senza inflessioni
giapponesi. Si avvicinò all'altare del Santo, indossò la stola,
recitò una breve preghiera in Latino, benedisse. Usci con noi nel
piccolo sagrato. "Venite", ci incoraggiò sorridendo. Avrete
bisogno di rifocillarvi". "No grazie, non si incomodi", risposi
io da bambino beneducato. "Abbiamo il fornellino a Meta e i dadi Liebig",
aggiunsi ostentando lo zaino con una spallata. Il Prete alzò le palme
in segno di resa: "Quand'è così non insisto. Poi mi guardò
fisso e chiese: "Come ti chiami"? Declinai le mie generalità
ed il Prete annui più volte con la testa. La sua mano bianca mi strofinò
vigorosamente contropelo i capelli a spazzola. "Fai pulito, giovanotto",
disse a mo' di commiato. E disparve in una porticina buia. Decisi che quel
Prete mi piaceva. Secondo me, era un quasi Santo. E aveva una faccia simpatica,
a differenza di S. Vito che era sì un gran bel Santo, ma guardava
non so dove con un'espressione un po' sostenuta.
Quanto alla tappa di ritorno,
non ricordo assolutamente nulla. Probabilmente riguadagnai il paesello di
partenza a cavalluccio del mitico Morfeo, per parlare più chiaro
dormendo in piedi. Patologia, quest'ultima, che non risparmia giovani alpinisti
e militari di leva, umili protagonisti, eroi misconosciuti dalla nostra
Lunga Marcia.
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