Piove. Piove come sapeva piovere una volta quando l'estate declina.
Un'anziana contadina lascia l'ombrello aperto a terra sulla soglia della
farmacia, entra e chiede della Signora: "Mi è arrivata una lettera
di mio figlio dalla Germania; dice che ha visto suo figlio che sta bene".
La Signora chiede ansiosa: "Ce l'ha qui, la lettera, posso vederla"?
Da donna istruita spera, chissà, di poter leggere fra le righe censurate,
di sapere dal contesto qualcosa di più. La contadina fa la faccia triste: "Sapesse
come mi dispiace, signora. Non l'ho portata, la lettera; proprio non ci
ho pensato". "E con questo tempo", aggiunge, "chissà
quando potrò venire ancora in paese. Adesso vado di corsa perchè se il fiume cresce ancora,
si porta via il ponticello e rimango al di qua con tutti i miei fagotti della
spesa'. La Signora non si arrende. "Potrei mandare io qualcuno".
La contadina, già sulla porta, risponde: "A sua disposizione, signora;
stia bene, signora".
La Signora si affaccia sulla piazza deserta battuta
dalla pioggia. Accovacciati sull'impianto di ciottoli nel portichetto della
fruttivendola, quattro ragazzini giocano a carte scambiandosi a voce alta
insulti irripetibili ed accuse infamanti.
La Signora li sente, li vede, li chiama: "Chi mi fa il piacere, di
andare al di là del fiume a prendere la lettera di un Alpino?".
"lo, io, io", rispondono in coro i ragazzi che ben conoscono la
generosità della Signora. "Vado io, che sono di casa”,
si impone quello alto e smilzo. La Signora approva: "Bravo, ti darò
una buona mancia". Il ragazzo alza la testa con fierezza: "Non
c'è bisogno, signora; per gli Alpini si lavora gratis". "Prendi
almeno un ombrello decente", si preoccupa la Signora. "Non si
disturbi, ho il mio", ribatte il ragazzo mostrando con dignità
il residuato di un femmineo parasole ottocentesco privo della preziosa impugnatura.
"E stai attento", raccomanda la Signora. "Starò attento",
conferma il ragazzo. "Per mezzogiorno sono qui con la lettera".
Poi, rivolto agli amici: "Tenetemi gli zoccoli. E se non tornassi...".
"Un bel funerale di prima" gli gridano dietro i monellacci sghignazzando.
Il ragazzo parte al piccolo trotto, attraversa l'abitato per la via più
breve, tagliata per i prati, si affaccia al fiume.
Come temeva, il ponte se n'è andato: legato con una grossa fune metallica
ancorata ad un pioppo veterano, dondola per lungo sul filo della corrente
a pochi metri dalla sponda opposta.
Poco più a valle, l'acqua ribolle contro un'imponente barriera di
rocce a strapiombo. Il ragazzo, alzando le spalle, accetta la sfida del
fiume.
L’unico guado possibile è più a monte, proprio di rimpetto
alla rustica abitazione della Contadina.
Si incammina pertanto veloce, ma tosto un ostacolo imprevisto gli sbarra
la strada: un rigagnolo gonfiato dalla pioggia è ricacciato a monte
dall'acqua alta del fiume; è duopo risalire fino al punto dove il
torrente si restringe fra due ripe alte e scoscese.
Il ragazzo chiude l'ombrello, prende
la rincorsa, salta. Riguadagna in pochi istanti il corso principale. Eccolo
finalmente di fronte al fiume nel punto prestabilito, un tratto di argine
a "bisacche", le reti metalliche riempite di sassi, contro le
quali la corrente si frange, respinta decisamente verso la sponda opposta.
"Qui va bene", decide il ragazzo spogliandosi e ripiegando stretti
al riparo dell'ombrello piantato nella sabbia i calzoncini di panno grigioverde
e la maglietta di cotone con una grande emme sul petto, labile ricordo di
passati saggi ginnici. Avvicinandosi all'acqua stringe e allaccia con forza
le stringhe laterali dello slip di telo tenda. Ora è in piedi sulla
bisacca che appena emerge, artiglia con due dita il grosso fil di ferro,
si cala di schiena, si rannicchia, lasciando l'appiglio spinge di scatto
i talloni contro un masso ingabbiato; si gira sul ventre e nuota calmo a
rana sulla cresta dell'onda propizia. "Ora", pensa" dovrei
essere a metà strada. Con due forti bracciate "a cavallo"
emerge sin quasi alla cintola per dare uno sguardo in giro.
"Una stretta
al cuore lo paralizza: come è lontana la riva che ha lasciato; tornare
indietro, rinunciare, sarebbe una follia. E quanto è remota la meta.
Le braccia si fanno pesanti; le gambe perdono il sincronismo, cedono alla
tentazione del fondo; il cuore batte a ritmo serrato, l'aria sibila nelle
narici bagnate. Solo, tra le fauci del fiume nemico, un esile fascio di
muscoli e di volontà lotta per la sopravvivenza.
Il cucciolo d'uomo ha perso la sicurezza del branco e per la prima volta
in vita sua conosce e assapora l'angoscia e l'orgoglio delle grandi solitudini.
Racimolando
le ultime energie il nuotatore stanco raggiunge un cerchio d'acqua relativamente
tranquillo creato dalle correnti contrastanti. Con occhio attento all'insidioso
imbuto centrale, il ragazzo tira un attimo il fiato. Ora sta bene. Respira
più volte, profondamente, punta verso la riva, si allunga in posizione
perfettamente orizzontale, mulina le braccia "alla Tarzan". La
forza sprecata per tenersi a galla si trasforma in pura energia propulsiva.
In breve le mani graffiano l'erba del prato coperto da una spanna di acqua
e di fanghiglia.
Finalmente corre sguazzando diritto alla casa.
Ritta sulla soglia, alta nel lungo abito nero, la Contadina lo accoglie
con deferente naturalezza: "Venga dentro, si asciughi, si scaldi",
dice additando il fuoco vivace che arde sotto il paiolo. "Grazie, meglio
no", si schernisce il ragazzo. "Dopo, sarebbe peggio"; E
subito aggiunge: "Sono venuto per la lettera".
La donna gli porge la busta grigio-azzurra tempestata di timbri: "Eccola,
ma come facciamo per non bagnarla?".
Il ragazzo si guarda in giro, adocchia appesa al
muro una borraccia di alluminio, di quelle grandi da due litri per gli Alpini.
"Se me la presta", dice indicando, "gliela riporto appena
il tempo sta su". La donna stacca la borraccia: "La prenda, la
prenda pure, è tanto che nessuno l'adopera", aggiunge. Nella
sua voce c'è un velo di tristezza.
Il ragazzo svita il tappo e una
zaffata acre che sa di torchio e d'aceto gli colpisce le nari. La lettera,
arrotolata con cura, entra agevolmente per il largo collo della borraccia.
Il ragazzo avvita con forza il tappo, si gira due volte la cinghia intorno
alla vita, aggancia il moschettone: "Grazie, adesso vado di corsa".
La voce della donna lo insegue "Addio; vai su fino al noce grande,
per buttarti in acqua". Senza voltarsi il ragazzo saluta con la mano:
"Grazie, è quello che pensavo anch'io".
Ai piedi dell'albero
maestoso il ragazzo accarezza il tronco possente lambito dall'acqua limacciosa,
guarda il suo fiume ritornato amico, si affida alla corrente. Senza più
angosce, ora; senza più paure, perchè, legata stretta al suo
fianco c'è una borraccia grande grande, leggera leggera, con la lettera
di un Alpino a sua Madre.
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