Quell'anno, per ragioni di famiglia, consumavo regolarmente i miei pasti
presso un Ristorante raggiungibile da Breno in quattro pedalate.
Si
mangiava bene, si beveva meglio, e prontamente mi ero integrato con gli
avventori abituali della tavolata rossa: camionisti italiani e stranieri,
impresari e muratori, viaggiatori di commercio, tecnici in trasferta,
sindacalisti, mercanti e sensali, il funaiolo di Pejo e l'ultimo magnano
di Valtellina; il Medico in supplenza, il Prete orfano di Perpetua, il
Filologo dell'Accademia di Svezia membro della Giuria del Nobel che
studiava il Gaì e cercava la Via dell'Ambra. La conversazione, il
dibattito, le storie personali erano sempre molto, molto interessanti.
Naturalmente, anche lo Sport spettacolo, la caccia, la pesca, lo sci,
entravano di prepotenza nei nostri discorsi, non ultima la Montagna con
i suoi mille volti suggestivi.
Un giorno sbarcò rombando nel parcheggio
del Ristorante un trabiccolo mezzo autocarro e mezzo trattore. Ne scesero un
giovane tarchiato e rubizzo, poi un vecchio alto e segaligno. Sedettero
al nostro tavolo e chiesero di mangiare come noi.
"Devo pagare il pranzo
al carrettiere", precisò il Vecchio ridendo. Sinceramente incuriosito,
domandai da dove venissero. "Abbiamo portato il toro in Pissina",
rispose l'anziano. "Oggigiorno, anche le vacche e i tori viaggiano in macchina".
Fingendo la più completa ignoranza, gli chiesi: "Ma come mai,
voi di Paspardo, avete una malga così fuori mano?".
Il Vecchio prese a raccontare: "E' una storia vecchia, piuttosto lunga
e complicata.
Ancora ai tempi di Francesco Giuseppe, la rampolla di una nobile
famiglia ungherese, appunto gli Ongaro, era stata "consigliata"
a passare un lungo soggiorno nel Lombardo Veneto "per ragioni di salute".
Chissà che cosa aveva combinato, alla Corte di Vienna.
In un primo
tempo era stata ospite presso un'importante famiglia di Nadro. In seguito,
recatasi in gita sulle vicine montagne, si innamorò di Paspardo,
della semplice cordialità della gente, del clima mite e costante
dovuto ai castagneti ed alla pietra rossastra refrattaria che di giorno
imprigiona il calore del sole e di notte restituisce un benefico tepore.
Finito il periodo di “cura", tornata in Austria, la Signora si
premurò di lasciare un ricordo tangibile a quella brava gente facendo
atto di donazione di una vasta ubertosa malga in territorio trentino; oggigiorno
la chiamano Malga Bissina, per decenza di linguaggio, ma noi la chiamiarno
ancora Pissina con la esse aspra bergamasca. Il nome, che vuol dire liquame
di stalla, è dovuto all'abbondanza di acque ed alle vaste "moje",
antichi laghetti alpini impaludati, e dice tutto sulla fertilità
dei pascoli immensi.
Dopo l'ultima guerra, senza pregiudicare i declivi
erbosi, le acque e le "moje" furono cedute ad una grossa società
elettrica: poche lire al metro quadro, ma i metri erano tanti che la cifra
ricavata, per quei tempi favolosa, unita alle rimesse degli emigranti, diede
inizio al sorprendente decollo del paesotto, oggi ridente cittadina turistica.
Fin dal primo anno dell'entrata in possesso del lascito, si presentò
ai bravi allevatori l'arduo problema di raggiungere la lontana Terra Promessa.
Esisteva un antico sentiero di transumanza attraverso la Rossola, il Gel
e il Gilì, battuto regolarmente e ben tenuto; la lunghezza del percorso
addolciva i dislivello, le malghe intermedie permettevano soste rinfrancanti.
Ma i Cimbergo, duri, ricusarono intrusioni e servitù sul territorio.
Fu giocoforza adottare un itinerario alternativo: la Salina, il Sentiero
dei Fratelli, il Coppo di Grevo, l'interminabile Traversera del Lago d'Arno
ancora allo stato brado. E finalmente, dal Passo di Campo, lunga come la
fame la discesa alla Bissina. Snodandosi fra massi malfermi, brecciame e
fanghiglia, tronchi sradicati, slavine persistenti a bassa quota fino a
giugno inoltrato, tetri coltelli di roccia incombenti come spade di Damocle,
tormentato dalle unghie fesse dei pesanti bovini, il malpasso dei Tre Fratelli
si ridusse ad un tale stato di degrado da turbare i sonni dei pur coraggiosi
mandriani.
Fu deciso di piegare la testa e di tentare ancora un accordo
con i Cimbergo.
Dopo laboriosa trattativa, le parti stabilirono di fare
insieme un sopralluogo lungo il sentiero in questione. Giunti al passaggio
più scabroso, gli uomini sedettero in un'angusta piazzola erbosa
sull'orlo del baratro.
Il Maggiorente di Paspardo, in silenzio, passò
in rassegna con gli occhi i presenti. Poi trasse dal tascapane una pagnotta
di segale, fatta a ruota, col buco in mezzo, e la fece rotolare a valle.
La ruota di pane prese velocità, compì due salti, si spaccò
in tre pezzi, scomparve tirandosi dietro un rimbombo di frana.
Il Vecchio
Saggio pescò dal taschino del gilé una moneta luccicante e
disse: "Un Marengo d'oro a chi mi riporta il pane". Gli astanti
si guardarono muti.
Fu ancora il Vecchio a rompere il silenzio: "Vedete, a quali pericoli
esponete noi e le nostre bestie, la nostra unica ricchezza, il nostro cibo,
il nostro condimento, il latte per i nostri bambini? Vergognatevi!".
E gli altri si vergognarono e dissero: "Da oggi in avanti potete passare
sul nostro come vi pare, quando vi pare, previo un ragionevole pedaggio,
per quest'anno e per tutti gli anni che Nostro Signore manderà sulla
terra".
Fu così che l'antico fiume della transumanza prese a
scorrere nel nuovo letto. Guerre, rivoluzioni, intemperanze del maltempo,
epidemie di uomini e di bestie, sequestri e confische non valsero a turbare
la lenta marcia, il pacifico brucare. Nemmeno la prepotenza del Progresso,
all'inizio. Finita la volata delle mine, suonarono più forte i campanacci.
Il fischio delle turbine si fuse con il vento ed il canto dei ruscelli.
Soltanto la guerra sui monti di casa, nel '15, col Fronte alla Rossola,
potè interrompere per quattro anni l'alpeggio in territorio austriaco.
D'altronde, per i pochi capi rimasti, accuditi dai vecchi, dalle donne e
dai bambini, bastavano i pascoli della Giumella ed il fieno delle baite.
Tornati a casa gli uomini validi, la mandria riprese a moltiplicarsi brucando
finalmente erba italiana.
Ed alla fine, ecco, quasi brutale, l'avvento della
motorizzazione e dei trasporti specializzati. "Ed ora siamo qui",
concluse il Vecchio facendo una vocina fessa ed alzando le spalle.
Una giovane
cameriera solcò la lunga sala sospingendo il carrello dei contorni.
Giunta al nostro tavolo, offrì al Vecchio un vassoio d'insalata.
L'uomo guardò esitante l'insalata, sorrise alla ragazza e disse:
"Non ho più i denti per ruminarla". I muratori sghignazzarono
alludendo.
"Oh, la vacca", esclamò all'improvviso il bombolaio
seduto a capotavola guardando fisso in direzione dell'entrata. I muratori,
come un sol uomo, fecero "l'attenti a destr".
Nel vano della porta, in attesa del partner che cercava parcheggio, si stagliava
una figura femminile vestita per modo di dire al penultimo stadio della
danza dei sette veli. Il sole sfacciato dell'estate vanificava l'estremo
diafano baluardo di femmineo pudore.
I muratori, metro alla mano, valutarono
con occhio da esperti, ad alta voce, il pro e il contro, pesi e misure,
fuori e dentro, resistenza e cubatura dell'opera d'arte.
Il Vecchio scosse
la testa: "Si vede che soffre il caldo. Oggigiorno è così,
tutto in vetrina, il bello e il brutto, alla vista di giovani, vecchi e
bambini". Le donne ci sono sempre state e sono stato giovane anch'io,
ma ai miei tempi era tutta un'altra cosa.
Da ragazzotto alpeggiavo in Val
d'Ois e qualche volta la notte, quando il nonno incominciava a russare forte,
scappavo a morose in Val Paghera; ma a diciott'anni, io, il corpo di una
donna non l'avevo mai visto".
Drizzai le orecchie attento: "Qui
ci scappa una storia", dissi tra me. E la storia non si fece aspettare.
La notte prima c'era stata una sarabanda di streghe e diavoli. All'alba,
uscito per primo dalla baita, guardai al cielo limpido e gridai: "Vieni
a vedere, nonno; è il giorno di pagare l'asino". Il nonno gettò
acqua fredda sul mio entusiasmo: "Sta fuori per il vento, ma non dura".
Difatti, a mezza mattina, scoppiò di nuovo il finimondo. Radunammo
in fretta il bestiame: ero svelto, allora, ed il cane sapeva il fatto suo.
Mettemmo su polenta: "Menala bene", mi raccomandò il nonno.
Da fuori ci giunsero lo scalpiccìo e le voci di tre gitanti che cercavano
riparo; sorpresi dalla pioggia nel bel mezzo di Monocola, si erano avventurati
in quella che sembrava una scorciatoia. Tagliando per la boscaglia di "maross"
avevano concluso in bellezza l'operazione ammollo.
Il nonno li invitò
ad entrare, a deporre gli zaini. Aggiunse legna al fuoco, avvicinò
una lunga panca e disse ai nuovi arrivati: "Fate come se foste a casa
vostra; scaldatevi, spogliatevi se volete e stendete i panni". Anche
la donna, con sportiva naturalezza si liberò dei panni bagnati e
la vidi per un attimo, in piedi, vestita solo di due straccetti di rayon
nero.
Il nonno si affrettò a buttarle una coperta sulle spalle. La
donna si modellò con cura la coperta intorno ai fianchi, sedette,
e così paludata era ancora più bella.
Il nonno mi disse: "Scostati!". Pettinò la polenta con
due mestolate, la rovesciò sul tagliere. "Servitevi", disse
il nonno agli ospiti. Questi accettarono, misero in comune le cose buone
tolte dagli zaini, fecero girare le borracce ed una bottiglietta che spandeva
nell'aria un profumo di anici e ginepri.
Dalla stalla sali un rumore di
ferraglie. Il nonno mi ordinò perentorio: "Vai giù a
vedere, che non si strangoli il vitello". Mi ci volle un bel momento
per districarne la catena attorcigliata. Quando tornai in baita la donna,
già vestita e scarpata, si pettinava a strappi vigorosi i capelli
asciutti.
Uscimmo tutti al sole. Gli alpinisti ringraziarono e salutarono.
La donna alzò lo sguardo al cielo terso, alle rocce lavate di fresco.
Respirò a pieni polmoni l'aria che sapeva di pulito e disse: "Ma
guardate, gente, com'è bello!".
Poi mi tirò un pugnetto alla spalla, mi guardò negli occhi
e mi disse "Ciao, ardito. Ce l'hai, la morosa?".
Correndo a valanga giù per il sentiero, raggiunse i compagni e intonò
a squarciagola: e bada ben che non si bagna ...
Nota doverosa: Il racconto, affidato alla tradizione orale ed alla
memoria dei singoli, non ha alcuna pretesa di esattezza storica, come pure
non danno affidamento gli itinerari citati a braccio. Peraltro nei luoghi
descritti esiste una efficiente segnaletica a cura del C.A.I., degli Alpini
e degli appassionati autoctoni. Un grazie sentito all'amico Salari Giovan
Battista, bidello in pensione, in gioventù portantino di formagelle
e provetto carpentiere. Un grazie conviviale al sig. Paolo Donina, Artigiano
del legno, coltivatore ed allevatore. Un commosso grazie alla memoria per
Papà Alberto De Rocchi, giovanissimo lavoratore alla diga del Lago
d'Arno. Per il Sindaco Giovanni De Pedro, protagonista in primo piano della
compravendita di Malga Bissina; per l'antico e antagonista Geometra, che
amava le acque dell'Adamello ed i vini di Piemonte. Per i Vecchi cacciatori
che negli scomodi bivacchi raccontavano vecchie storie. Per tutti gli amici
e gli sconosciuti che hanno contribuito alla ricomposizione del laborioso
mosaico. Un grazie speciale al Malghese di Val d'Ois, innamorato di un fuggevole
ricordo dei suoi anni verdi.
Appendice sentimentale:
Andando e venendo, un giovane di Paspardo convolò
a giuste nozze con una ricca ereditiera di Val Daone. Spentosi in tarda
età senza il dono di una discendenza, l'oriundo lasciò una
vasta proprietà alla Società Terriera del paesello d'origine.
Quando la Società Elettrica allungò le mani su quei terreni
per costruire la Centrale di Val Daone, nel corso delle trattative i plenipotenziari
della Edison, oltre ad offrire una congrua somma di denaro, mise sul piatto
della bilancia cento cavalli di forza in usufrutto perpetuo: "Pensateci,
la mia gente; cento cavalli vogliono dire la luce gratis, un mulino, una
segheria ... Ma i buoni montanari risposero: "La senta, signor Ingegnere:
lei, a noi, ci dia i soldi e si tenga pure i suoi cavalli, che noi ce ne
abbiamo a basta dei nostri asini".
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