Sul finire degli anni '70, nel tardo pomeriggio di un venerdì, il grosso fuoristrada degli operai scendeva dal cantiere di alta montagna diretto a Coira, dove ognuno avrebbe ritrovato la propria vettura per prendere la via di casa e passare il fine settimana in famiglia.

Dopo il paesaggio brullo dei primi chilometri, fra pochi rododendri e radi ontani, la strada tagliava per una fitta abetaia.
Fu qui, nel bel mezzo di una curva cieca, che una grossa cerva piombò dalla scarpata sul cofano del pesante automezzo, rotolò contro il massiccio paraurti.
Tardiva e inutile la frenata.
Pochi movimenti convulsi, un ultimo sussulto, e l'animale giacque immobile di traverso sulla carreggiata.

Il bergamasco che era al volante saltò a terra e disse ai compagni: "Non toccate niente, non spostate niente. Io corro ad avvisare le Guardie Forestali; la casermetta è appena qui sotto, dopo i due tornanti".

Si allontanò a lunghi rapidi balzi.
Gli operai sedettero tutt'intorno ed accesero le sigarette.

Dopo lunghi minuti, a bordo di un minuscolo fuoristrada, arrivò il capo Forestale che constatò l'incidente inevitabile ed aggiunse: "Ho già avvisato il veterinario, sarà qui tra poco".

Il giovane dottore non si fece attendere.
Auscultò il pancione della cerva e sentenziò che anche il feto era "kaputt".
Tagliò rapido e preciso, estrasse il corpicino, lo ripulì sommariamente e lo depose sul muschio della proda dicendo: "E' maturo, doveva nascere entro pochi giorni. Sarebbe bello e utile imbalsamato".

Purtroppo in Svizzera i tassidermisti sono pochi, difficili da rintracciare, tanto più a quell'ora, di venerdì.
Per di più, esigono compensi piuttosto elevati.

Il bergamasco si offrì di collaborare: "Conosco un impagliatore, in Italia, che mi lavora da anni. Se faccio il Bernina, Madonna di Tirano e l'Aprica, è facile che lo trovo ancora in piedi. Se no, ci penso io a tirarlo giù dal letto".
"D'accordo - disse il Capo Guardia - provvedi tu".

Il cerbiatto fu avvolto in un plaid di lana sintetica morbido e leggero, e trovò posto fra l’esiguo bagaglio degli operai.
Nel frattempo era sopraggiunto il macellaio per la rimozione.
Gli uomini diedero una mano a buttare la carcassa sul camioncino e furono liberi di ripartire.

Io sono come mio nonno che aveva il sonno leggero e sapeva sempre che ora era.
Verso mezzanotte mi svegliò il ronfare sommesso dell’Ascona diesel in prima, seguito da un discreto colpo di clacson.
La notte di maggio era mite e non persi tempo a vestirmi.
Accesi le luci.
La porta del laboratorio non era chiusa a chiave, era solo accostata.
Sulla soglia trovai il cliente col fardello tra le braccia.
Srotolammo la coperta e deposi l’esemplare sul banco di lavoro:”Si può fare” dissi.
”Si deve fare”.

Lo svizzero bergamasco mi raccontò per sommi capi le disavventure.
Mi disse di montare il cerbiatto acciambellato, con le zampe rannicchiate sotto il corpo perché doveva stare in una vetrinetta.
Mi raccomandò di fargli un buon lavoro, salutò e riprese il viaggio verso casa, dalle parti di Spinone o di Trescore sul lago d’Endine.

Il piccolo immaturo esigeva un intervento immediato per cui mi posi immediatamente all’opera.
Strofinai leggermente il pelo viscido e bagnato con segatura fine e soffiai via la segatura col phon.
Il pelo rossiccio era lungo e lanoso ed apparvero le caratteristiche chiazze bianche dei giovani cervidi.
Infilai un ago di siringa sotto la pelle all’interno della coscia e pompai aria adagio.
“Clok, clok”, la pelle delicata si staccò dalla carne con facilità sorprendente.
Incisi la pelle dallo sterno al codino, imbottii con cotone imbevuto di grappa forte produzione propria.
Pulii e disinfettai la bocca, le narici e gli occhi.
Poteva bastare, per qualche ora.

Deposi il reperto su di un ripiano del frigorifero appena puntato e mi ricordai di controllare le scorte di occhi artificiali, se c’era la misura e il tipo giusto.

Gli occhi di cristallo me li faceva un vetraio di Venezia, Bretoni Demetrio si firmava.
Scriveva sgrammaticato in bella calligrafia inglese ed è morto da tanti anni portandosi nella tomba i segreti del mestiere.
Lo seppi tempestivamente perché mi arrivò di ritorno una lettera mia con la stampigliatura:”Destinatario deceduto”.

Il mattino seguente mi alzai per tempo, spellai l’animale, ripulii con cura il cranio e le ossa degli arti conservando disegni e misure.
Lavai in acqua tiepida con un pizzico di detersivo.
La pelle, in un secchiello di plastica, era finalmente in fontana per il risciacquo.

Tranquillo ed affamato passai nel cucinino attiguo per una robusta colazione, ma, ahimè, sentii e vidi arrivare la “500” celestina di una Guardia Venatoria nostrana.
Aveva trovato un trofeo di cervo affiorato da una slavina; un corno era rotto ma si poteva aggiustare e restaurare.

L’uomo si guardò intorno, notò il filo d’acqua che scendeva dal rubinetto e la pelle nel secchiello.
Senza tante formalità tuffò la mano nell’acqua, ispezionò con cura le unghie tenere, tastò con le dita il fragile cranio, contò i denti incisivi.
Se ne intendeva, di bestie, perché prima di ottenere il posto di Guardia Venatoria aveva fatto il malgaro.

Io protestai vivacemente: “Sei venuto in privato a chiedere un piacere, cosa vai a frugare nella mia fontana”.
“Capirai”, si giustificò lui, “abbiamo trovato in Mortirolo una cerva sventrata e cerchiamo il bracconiere, questo potrebbe essere il piccolo esportato”.
Mentiva goffamente e tirava ad indovinare.

Tagliai corto: ”Questo viene dalla Svizzera ed è stato un incidente”.
Comunque mi lasciò le corna rotte e se ne andò.
A mo’ di saluto gli gridai dietro: “Non metterti le dita in bocca, nell’acqua ci ho buttato una pastiglia di sublimato corrosivo!”.

C’è un termine preciso, in gergo militaresco, per definire un ufficiale eccessivamente pignolo e ligio al regolamento.
Io non la pronunciai, la parolaccia.
La pensai soltanto, intensamente. Preoccupato, ed a ragione conoscendo il tipo, mi dissi: “Questo ritorna. Sicuro al cento per cento che ritorna”.

Arrivarono in tre, perfette divise, camicie impeccabili, stivaletti da parà.
Beretta 6,35 d’ordinanza nelle fondine lucide.
Chiesero di visionare il corpo del reato messo a bagno nella miscela tannante e lo dichiararono sotto sequestro, finché non fossi stato in grado di presentare loro il fantomatico latore svizzero munito di una valida documentazione di provenienza.

Fui autorizzato a proseguire il lavoro sotto la mia responsabilità.
Scrissero e sottoscrissero un verbale di tre pagine e si riservarono di chiedere ulteriori istruzioni al Comitato Caccia di Brescia.

Per mia buona sorte avevo lavorato alla collezione di Avifauna alpina protetta, sussidio didattico utile per i corsi di preparazione delle nuove guardie venatorie e per gli esami di licenza di caccia.
Il direttore del Comitato Provinciale, che mi apprezzava e mi era amico, esortò i suoi solerti subalterni a lasciarmi lavorare e darmi il tempo di chiarire la faccenda.

Il Vitali, vai a cercarlo, un Vitali in quel di Bergamo, si fece vivo spontaneamente con il documento indispensabile per levarmi dai pasticci e reimpostare in Svizzera l’esemplare imbalsamato, destinato alla Scuola Materna di Coira.
Fu giocoforza però trattenere il cerbiatto ed il relativo “papier” in attesa del via libera delle autorità venatorie.

Avvisai i Guardiacaccia interessati che una copia del documento richiesto era a loro disposizione.
Potevano prendere visione anche dell’originale, redatto in due lingue, tedesco ed italiano, firmato, timbrato, inaccessibile.

I bravi sceriffi della nostra preziosa fauna furono costretti a mollare l’osso.
Uscirono di scena per nulla convinti, brontolando che era tutta una mafia.
Grazie tante: non sapevo di essere tanto ricco e potente da corrompere un funzionario della Svizzera tedesca.

In quei giorni, un’insegnante elementare, la maestra Bertelli, mamma dell’attrice Bibi, aveva scritto, diretto e realizzato un’operetta recitata e cantata dagli allievi della scuola.

La “Fiaba del Castello” voleva essere uno spaccato di vita quotidiana fra le mura dell’antica rocca.
Il motivo conduttore era una canzone in voga in quel tempo:

“…il carrozzone va avanti da sé
con le Regine, i suoi Santi, i suoi Re.
Bella la vita, dicevi tu…”.

Guidati dal rumoroso complesso musicale del figlio della Bertelli, tutti artisti in famiglia, i bambini ce la mettevano tutta, cantando come cantano i bambini quando la canzone è bella e indovinata.
Il copione, fra l’altro, prevedeva il rientro della caccia dei vassalli che sfilavano davanti al Signore del Castello e ponendo ai suoi piedi i frutti della loro fatica.
Ero amico della famiglia Bertelli e la maestra mi chiese di collaborare.

In quegli anni lavoravo molto ed avevo a disposizione un materiale ricco e vario: un falcone incappucciato, un capriolo con le zampe legate infilato in un bastone portato da due cacciatori. Più il cerbiatto tutt’ora sotto sequestro.
La porta di servizio del Cinema Teatro Giardino dava sull’orticello di casa, per cui fu semplice e facile preparare dietro le quinte i capi di selvaggina prescelti.

Gli attori in erba sfilarono senza incidenti.
In coda, un po’ staccata, una ragazzina con la zazzera bruna tagliata alla paggio; un camiciotto stretto in vita da un cinturone tirato allo spasimo si allargava a gonnellino sulle lunghe gambe snelle fasciate dalla calzamaglia.
Il paggio portava sulle braccia con delicatezza il mio Bambi.
Un lungo fragoroso applauso si levò dalla platea.

L’operetta fu ripetuta con successo alla Consolata di Darfo e al Cinema Teatro Cristallo di Lovere.
Ricordo con nostalgia la folle corsa lungo la super-strada appena inaugurata, a novanta all’ora per non perdere la colonna della troupe, sulla Bianchina 500” che vibrava come un aviogetto in fase di decollo con la mia Arca di Noè che tremolava stipata nel capace bagagliaio della piccola utilitaria.

A suo tempo il “detective” passò a ritirare il suo trofeo, pulito, restaurato e montato su una rotella di larice tagliata a fetta di salame.
Era con lui una giovane moglie, una tipica bellezza dell’alta Valle: bionda, occhi azzurri, gote di un rosa acceso che parlavano di salute, di lavoro all’aria aperta, di sudore lavato con l’acqua di fonte.

Sapevo che non aveva figli e che ne provava dispiacere.
L’uomo non degnò di uno sguardo il cerbiatto in bella mostra, finito, truccato, pronto per la consegna.
La donna uscì in un gridolino di stupore e meraviglia: “Che bello, che d’oro! Sembra vivo”, esclamò in dialetto.
Strinse fra le mani la testina affusolata del cervide e stampò un grosso bacio sonoro sulle froge tumide di glicerina.

L’uomo reagì con una smorfia di rabbia e disgusto.
Ed io, non so perché mi sentii vendicato, ripagato di tutte le mie notti insonni, di tutte le mie ansie e tribolazioni, come se la bella donna avesse baciato il viso sporco dell’umile sottoscritto.


Premiato al Concorso di prosa su lavori e professioni nell’età postmoderna, pubblicato nel libro: “Il settimo giorno” - Acli Provinciali di Brescia, 2003.


Visita il Museo Civico di Scienze Naturali di Lovere (BG) con alcuni miei lavori.



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