Conoscevo un vecchio cacciatore che aveva appeso il fucile al chiodo.
"Per raggiunti limiti di età", diceva lui.

In realtà, col passare delle stagioni la sua cattiveria di un tempo, la bramosia ancestrale per la preda, la smania di conquista e di possesso, la vanagloria della propria bravura, l'intelligente appetito di buongustaio, erano maturati in una senile tenerezza per tutte le creature viventi.

E, finalmente, conobbe il pentimento; sì, un sottile subdolo pentimento.
Non sparava più agli uccelli, neanche in sogno.

A tarda sera, quando il sonno stentava a venire e recitava mentalmente: "... rimetti a noi i nostri debiti…” si distraeva e pensava: "Se offendo un amico, posso chiedergli scusa; se ne parlo male, posso anche parlarne in bene.
Una carezza, un dono, possono cancellare uno schiaffo.
Se ho causato un danno, posso risarcirlo; se ho rubato, posso restituire il maltolto o quantomeno fare della beneficenza.
Se ho tagliato un albero, posso piantarne dieci; se poto un rododendro a regola d'arte, negli anni a venire avrò un cespuglio di rose.
Ma quale forza umana potrà mai rimediare alle centinaia, migliaia di piccole vite stroncate, di ali spezzate, di piume sparse al vento, di animali feriti e perduti?".

"Mah, sarà la vecchiaia", si diceva a magra consolazione, e finalmente trovava il sonno.

Nelle giornate secche e limpide, saliva ansimando gli innumerevoli gradini della vecchia casa, si rifugiava nel suo "Verboten Rauchens", vietato fumare, e confezionava cartucce intelligenti per i nipoti campioni di tiro al piccione d'argilla.
Se il tempo era umido, perchè no, buttava giù un pò di nero su bianco, così, come si canticchia "Vecchio scarpone".

Al mattino seguente, quando un raggio di sole impietoso frugava fra le scarabattole polverose, rileggeva il foglietto sorridendo e scrollando la testa, masticava nel pugno la carta fino a ridurla calibro venti millimetri; poi, con mira precisa, centrava una cassa grigioverde da tempi immemori priva di coperchio.
Indi scendeva, prendeva il bastone e andava a passeggiare nei boschi.

Ogni anno, quando l'inverno bussa alle porte, dietro gentile sollecitazione degli amici del C.A.I., risalgo anch'io nella mia mansarda odorosa di zolfo, salnitro e fulmicotone; pesco a caso nella vecchia cassa grigioverde, stiro i foglietti ingialliti e trovo quasi sempre qualcosa di pertinente all'argomento.

Dall'archivio fotografico, leggi scatola da scarpe, spunta sempre la pezza d'appoggio di una vecchia foto; e dove non arrivano gli appunti, supplisce la memoria con una visione delle cose più attuale, più obiettiva e spassionata.

Quest'anno il tema propostomi è stimolante e scabroso: "Rapporto caccia e montagná".

Per annosa prudenza acquisita non mi sfiora nemmeno la tentazione di avventurarmi sul terreno infido delle classifiche, delle statistiche, delle ricette miracolistiche, delle soluzioni drastiche, dei decaloghi più o meno idonei a regolare la pacifica convivenza tra una radicata mentalità di prelievo e una moderna politica di assoluto rispetto.

Tuttavia, tanto per dimostrare la mia buona volontà, proverò a raccontare qualcosa della mia personale esperienza in materia.
Se non bastasse, avanti un altro!

Anzitutto, perchè si va a caccia?
Chiedi al setter perchè non è nato cane da slitta o canie da pastore; chiedi alla bambina perchè gioca a bambola, alla chioccia, perchè stride quando un piccione solca il cielo del cortile.
Prova a domandare alla volpe perchè ruba le galline.
E se avete i topi in casa ed un albero in giardino, comperate un gatto e osservate come cresce, come gioca, come si allena e come lavora.

E il bracconaggio, come la mettiamo col bracconaggio?
Anche questo ha le sue ragioni storiche e sociali, come il brigantaggio, come l'antico concetto giuridico del "res nullius", roba di nessuno; come i “prelievi proletari", i regionalismi esasperati; come Robin Hood e Umberto Bossi.

E l'ecologia?
Tutti bravi, a parole: "Ognuno loda, ognuno taglia ..."; e ognuno sporca, forse anch'io. E ognuno tira l'acqua al suo mulino, come Zanardelli.

Divenni cacciatore per indole, per infantile aspirazione ad imitare i grandi, per educazione.
Oggi sembra assurdo, inconcepibile, ma ai miei tempi la caccia era materia d'obbligo, come il ballo e l'equitazione nelle Accademie militari, come il rugby nei Colleges americani.

Dopo un certo periodo di clandestinità, a sedici anni entrai ufficialmente a far parte della schiera dei cacciatori.
Caddi ben presto preda di quell'impulso quasi insano, ben noto agli alpinisti e precluso ai nati stanchi, che i nostri vecchi chiamavano: "Bella voglia di tribolare".

Quando contemplavo il tramonto dall'alto di Monte Piullo o dalle Manere di Concarena e dal fondovalle saliva l'urlo della bassa plebe dei tifosi, mi sentivo il padrone, il re della montagna.
Un re con il suo "ruggine" che fa parte di te come una vecchia protesi, come un riflesso condizionato, come una mano aperta ad abbrancare il cielo.

Il paternalismo compiaciuto degli anziani, i primi successi, le prime frustrazioni, le interminabili discussioni al bar, le vaste letture specifiche, la vita della Sezione, non fecero che accrescere la mia tossicodipendenza.

Assaporai l'attimo di trionfo per il colpo andato a segno, il senso di pena per la vita distrutta; il rientro ostentato nelle giornate vittoriose; il furtivo svicolare, gli scherni della rustica progenie nei giorni di sconfitta; l'antagonismo impietoso degli insuccessi altrui, la gelosia morbosa che non risparmia amici fraterni e parenti stretti.
Ebbi un cane che di giorno collaborava, e di notte mi scaldava i piedi, quando non cercava di entrare nel sacco a pelo; un imprevedibile figlio di un cane che scovava, riportava, e nelle giornate più calde partiva a freccia e intorbidava l'agognato Fontanino del Faggio.

In quegli anni, per un metalmeccanico non esisteva certo il problema del tempo libero: qualche rara domenica, un giorno di ferie al mese condizionato dalle precarie risorse idroelettriche.

Tuttavia, lavorando a turni con moderato dispendio di energie fisiche, a scapito delle ore di sonno e dei più elementari rapporti sociali, riuscivo a cacciare quasi giornalmente per quattro mesi all'anno.
Ovviamente, quasi sempre solo.

In montagna ci andavo in tempo di divieto, per integrazione, per tenermi allenato, ricalpestando gli antichi sentieri di un popolo di cacciatori-raccoglitori, scoprendo nuovi recessi e nuove acque sorgive al di fuori dai comuni itinerari alpinistici, con gli sci ai piedi quando la scarpa affondava.

Anno dopo anno, al termine della forzata astinenza estiva, ritrovavo le ansie della vigilia, i sogni ad occhi aperti, lo zaino preparato con cura minuziosa ed oculata economia di peso, le cartucce torchiate a tarda notte, i brevi sonni agitati, le partenze a lume di stelle, le lunghe marce di avvicinamento.

Mi era stato insegnato a cercare i selvatici nelle pasture tipiche; a classificare gli uccelli dal canto, dal volo, dai colori e dal becco; a sparare al gallo nero e rispettare la "sterla' color foglia morta; a distinguere i rapaci di basso volo dai falchi insettivori; ad insidiare la volpe e perseguitare la martora che si sposta con l'involontaria scorta di scoiattoli; a sopportare la sete in presenza della micidiale setola bianca che ti buca l'intestino e ti rosicchia il fegato; a non raccogliere da terra cartucce vistose.

Mi avevano detto e dimostrato che l'uomo, concepito come parte integrante del Creato, come amministratore e moderatore dell'esuberanza dei sistema, era tuttavia l'animale più nocivo della terra.

Cacciando da solo imparai ad osservare ed ascoltare la montagna, a riconoscere le tracce, a captare i piccoli rumori e indovinare la fonte; a sentire i tronchi d'albero nel buio più fitto.
Se la montagna è una melodia, una canzone, un ritornello, la caccia è una sinfonia per orecchi esercitati.

Alzi la mano, l'alpinista che sa come si dice "Mamma" nella lingua del camoscio lattante; come grida ai sette venti "Ti amo" il maschio di volpe innamorato.
Se mandi a memoria l'idioma di cento uccelli diversi che dicono la stessa cosa ognuno nella propria lingua, sarai d'incanto padrone di cento lingue, l'Esperanto del bosco e della montagna.

E avrai negli orecchi e nel cuore la tua musica: un flauto bitonale di vento che rade le canne del fucile, il timido preludio del pettirosso nel bosco ancora buio, l'amore, la sfida, la fame, il pericolo, la pioggia e la neve; e la struggente "Avemaria" delle cotorne di Caalér.

Perchè almeno l'apparenza esteriore delle prede non andasse perduta in una banale mangiata, con l'aiuto di un manuale ottocentesco, tentai, con successo insperato, di imbalsamare i miei trofei.

Alla primitiva passionaccia subentrò la smania del raccoglitore e del collezionista.
Mi sorpresi ad osservare a lungo, a fotografare mentalmente le possibili prede a rischio di perderle.

Lavorando mi feci un notevole bagaglio di nozioni di prima mano, inconfutabili: dimorfismo, mimetismo, adattamento degli organi all'habitat fino alla specializzazione, catene alimentari.

Afferma il naturalista: "Se guardi la stessa foglia cento volte, ogni volta ci troverai qualcosa di nuovo".

Cominciai a rallentare l'andatura, a guardare meglio la fauna minore, a frugare nel microcosmo della pozza dei girini, a seguire la salamandra, la "Shercahià" cieca e sorda che dopo tre anni ritrova la strada di casa.

Mi chinai sui fiori e sui sassi; toh, avevo percorso a ritroso la plurimillenaria strada del mirabile assemblaggio fra i tre Regni della Natura, minerale, vegetale, animale.

Presi la via del ritorno fucile al guinzaglio, cane smontato, come diceva l'amico guardiacaccia di scarsi studi letterari.

Canta l'antico poeta dell'acqua, del fuoco, della terra, dell'aria e della luce: "Neu regio foret ulla suís animalibus orba " ... Affinchè nessuna regione fosse priva dei suoi esseri viventi.
Traduco priva, ma in latino orba vuol dire anche privata, orfana, derubata.

E un uomo deve saper riconoscere quando è giunto il momento di dire: "Basta"!

Accampai cento scuse, tutte valide.
Il caro licenza, il rarefarsi esponenziale della selvaggina, l'assottigliarsi a radice quadrata dei flussi e riflussi migratori;
le progressive restrizioni di specie cacciabili, di giornate e di terreno, con effetti tragicomici di concentramento e di affollamento ed inevitabile aumento delle infrazioni;
le nuove strade, i fuoristrada; uno sport di élite declassato a passatempo di massa e sfoggio di un progresso tecnologico di armi, munizioni e ricetrasmittenti incompatibile con il lento armonioso evolversi delle specie e dell'ecosistema.

Naturalmente, continuai ad andare in montagna, schivando le comitive chiassose, strisciando nel bosco e facendo "pum" con il bastone.

Autunno 1974, mi pare.
Tempo di austerità petrolifera, di targhe pari e dispari.
Da domenica prossima divieto assoluto di circolazione.
Alpinisti e cacciatori sfruttano le riserve fino all'ultima goccia.
Sopra il lago di Lova tre squadre rivali di segugisti armati e relative cagnare si incrociano e si intralciano a vicenda.

La lepre, una vecchia femmina unica sopravvissuta che sa leggere, scrivere e far di conto, punta diritta alla cima, guadagna la testa d'attacco del Moren, descrive sull'ultimo pianoro una spirale e, giunta al centro, balza nel canalone laterale, poi scende guardinga.

La canéa insiste stupidamente sull'usta, l'eco delle vette rintrona di latrati, urla disumane, insulti, spari in aria.
Qualcuno scarpina fin lassù e rimette i cani sulla traccia.
La solfa riprende.

Uscendo dalla spesserina di abeti, vedo le orecchie.
D'istinto trattengo il fiato e sprofondo nella isiga marcescente i miei stracci mimetici di resina e stallatico.

"Dài, bella, che ce l'hai fatta", la incito con tutta la forza del mio pensiero.

Alle sue spalle sbuca il mio partner in sintetiche vesti, odoroso di dopo-barba e beauty-case; mi sorpassa con un balzo, agitando le braccia.

La lepre si arresta stupita e incredula: "Non è valido; questo non è sport; questo è un fuori gioco mancino, un linciaggio.
Questa è bassa “macelleria".

La povera bestia rassegnata torna sui propri passi.
Rintronano due botti strascicati da Eley lungo tiro.

La canéa tace. "Speriamo che l'abbiamo sbagliata", dice l'amico multicolore.
"Chi vive sperando"..., dico io.

Ma per quel giorno la gita è rovinata.
Mi ha preso il magone, come quando hai fatto la sbornia malinconica ed è meglio salutare gli amici e andare a dormire.


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