Correva l’estate 1951.
Eravamo negli anni ruggenti del ciclismo epico, gli anni di Coppi, di Bartali sul Tourmalet; di Koblet, il gigante buono grande sconfitto del Gavia.

Noi giovani di allora, naturalmente, eravamo tifosi. Anzi, avevamo addirittura un nostro sodalizio, il “Club della carne 'ngreada”.

Ai primi di agosto, riuniti in seduta straordinaria, al fine di emulare le gesta dei nostri eroi, votammo all’unanimità una prima assoluta: una gita ciclistica di gruppo al Maniva.
Però, i più moderati optarono per un compromesso: “Già che alla domenica funziona un servizio di corriera per le malghe, perché non approfittarne per portarci in quota?”.

Il giorno fatidico ci presentammo per tempo alla partenza, ma trovammo l’automezzo già stracarico ed in tre rimanemmo a piedi.

L’autista, sinceramente dispiaciuto, ci consigliò di incamminarci a tutta corsa su per la vecchia mulattiera di Astrio, spiegandoci cortesemente: “Parecchi passeggeri scendono in Degna; intanto che io faccio il giro di Bienno, ce la potete fare. Se è per dieci minuti, vi posso anche aspettare. Ma pedalate!”.

Pedalate! E’ una parola.
Su per l’erta mulattiera le biciclette dovemmo spingerle, e come.

Arrivammo comunque in Degna giusto a tempo per poter mangiare il fumo e la polvere della diligenza che partiva.

C’era da aspettarselo: i posti rimasti liberi erano stati immediatamente occupati da un drappello di alpeggiatori di Astrio in attesa con armi e bagagli.
Che farci; riprendemmo a spingere la nostra ferramenta, già mezzi cotti alle sette del mattino, col morale a pezzi.
Quand’ecco alle nostre spalle si udì una strombata seguita da un sinistro stridore di gomme e di ghiaia.

Era il millecento della Tassara, pilotato dal Paolo Mensi, che portava alla Topaia di Campolaro un carico di brande per gli operai della I.C.E.
“Saltate su, ma alla svelta”, disse il Paolo che aveva fretta per non perdere Messa.

Buttammo le biciclette in cima al carico e facemmo appena in tempo a ritirare i piedi da terra.
Il millecento divorò ruggendo le zete della Paghera, al Coren So ingranò la terza imballata al parossismo.

Altro particolare consolatorio: come noi eravamo tifosi di ciclismo, l’intrepido pilota era un fanatico delle Mille Miglia in generale e di Tazio Nuvolari in particolare.
Affermano gli psicoterapeuti che per guarire il subdolo “spleen”, il terribile “tedium vitae”, per ritrovare la perduta gioia di vivere liberi dal malefico virus che si annida nel fegato e rode l’anima, non ci sia cura migliore di una lunga, intensa, pericolosa emozione.
Da quel giorno ci credo anch’io.

Al bivio di Campolaro, saltammo.
Appena ricuperati i sensi, prendemmo per Vaiuga, la Cascata, le Santine, pedalando poco e camminando molto.
In Bazena ci aspettavano gli amici, allegri, freschi e rifocillati.

Ebbe inizio la spedizione vera e propria con il gruppo al completo.
Apriva la marcia Lino Fedriga su Vespa 125, in funzione di staffetta e di pronto soccorso.
Di tanto in tanto il nostro battistrada era costretto a lunghe soste per aspettarci e praticare una salutare ginnastica riscaldante, mentre noi si sudava.
A Crocedomini una vistosa segnaletica ci indicò di girare a destra.

Nei paraggi di Rondenino ci imbattemmo in una coppia di Forestali.
Marciavano a passo sciolto in fila indiana, zainetti flosci, carabine 91 ridotto impugnate per la canna e buttate sulla spalla a mo’ di randello.
Erano saliti da Lavena per una questione di pesca e tornavano, via Bazena e Pià Tùit, a ricuperare le moto al Ponte di Fontanazzo.

Si informarono circa la nostra meta e ci salutarono ridendo.
Quasi ci arrabbiammo: “Ma che cosa avranno, quei due lì, da ridere”.
Lo capimmo quasi subito, perché ridevano; alla terza curva una slavina livellata dalla pioggia, dura come un vetro, riempiva il canalone cancellando completamente la strada.

Più in basso, dove il canalone si stringeva, Vespa e vespista giacevano sul fianco sinistro senza più tirare né coppe né bastoni.
Ci precipitammo al soccorso a salti e scivoloni.
La Vespa fu riportata in quota.
Il pilota, inondato di grappa, fasciato e incerottato, riprese la marcia in avanscoperta.
Gli gridammo dietro di procedere con prudenza e, in caso di altra slavina, di fermarsi prima, non in fondo alla slavina.

Cammina cammina, spingi e pedala, arrivammo ai ruderi della casermetta.

Il procedere divenne estremamente faticoso perché, fra un tratto e l’altro di fanghiglia, dovemmo fare i conti con il tipico brecciame di porfido, secco, spigoloso ed estremamente mobile.

Giunti in cresta, lasciammo un attimo le bici per visitare e fotografare la santella del “Co de mort”.
Da qui la marcia si fece più agevole, un facile su e giù, un fuori e dentro a cavallo dello spartiacque sul filo dei duemila con splendido panorama da una parte e dall’altra.

Scendendo dal Passo, trovammo numerosi motociclisti in difficoltà, fermi accanto alle motorette surriscaldate.
Il solito spiritoso della compagnia chiese cortesemente ad un centauro appiedato se poteva cucinarsi un uovo al burro sul motore arroventato, ma l’interpellato, evidentemente privo di senso dell’umorismo, reagì con una frase molto, molto volgare. Tanto peggio per lui.

Poco dopo saltammo tutti nella “rigola” per dare via libera ad una lussuosa millecinque anteguerra che saliva lentamente fumando come un treno merci.
Al volante sedeva un giovane bellimbusto in camiciola bianca; dietro la macchina, quattro belle ragazze spingevano come forsennate.
Ci venne spontaneo dar loro manforte, ma dopo pochi metri il motore s’impuntò battendo in testa e si spense.

Ci facemmo avanti per dare una mano a girare il mezzo e parcheggiare in discesa, ma il giovin signore affermò perentorio che al Passo Maniva bisognava arrivarci in macchina non a piedi.
Che si accomodasse pure.

Un’ultima volata in discesa a picco, ed eccoci, a mezzogiorno in punto, sbarcare trionfalmente al Rifugio Madonna della Neve.
Il fabbricato portava ancora i segni della recente guerra: travi annerite, muri sbrecciati e macerie.
Comunque funzionavano già la cucina, la sala da pranzo, ed uno stanzone di accoglienza con tavoli e panche.

Ci mettemmo comodi, unici camuni tra una folla di Bresciani di Brescia lassù convenuti per la festa titolare del Rifugio.

Accanto a me sedeva un mio coscritto, claudicante per una paralisi infantile.
Era un buon compagnone, dotato di una robusta voce baritonale educata alla Schola Cantorum di Don Laini.

A dispetto della menomazione, praticava ogni sorta di sport: bicicletta, montagna, sci, caccia, pesca, bracconaggio.
Forse per reazione all’ handicap, si era sviluppato in lui un carattere fiero e attaccabrighe, sostenuto da un torace poderoso e da bicipiti da falegname.

Di fronte al nostro, prese posto un pastore di Bagolino che piantò il coltellaccio a serramanico sotto la tavola, ordinò mezzo litro con due bicchieri e prese ad agitare le dita della destra sotto il naso del mio compagno, nel tipico atteggiamento di sfida del giocatore di morra.

Punto sul vivo, l’amico si lasciò invischiare in una partita “punto a chiamata” che degenerò ben presto in aperta controversia.
Pregai il compaesano di lasciar perdere; anzi, il mezzo litro lo avrei offerto io.

L’amico se la prese anche con me: “Tu, pensa ai fatti tuoi, che non è per il mezzo litro. Il fatto è che non voglio passare per fesso agli occhi di un tacolaro bagosso”.
Il sunnominato tacolaro avvampò d’ira: nemmeno lui ambiva passare per fesso agli occhi di un gamba e mezzo di Breno.
Alle spalle del pastore si era fatto sotto un capannello di primitivi che ci guardarono con estremo interesse dandosi di gomito.

I loro occhi luccicavano sornioni attraverso il fitto pelame che copriva le brutte facce. Era chiaro e lampante che cercavano la scazzottata.

Calcolato rapidamente la preponderante superiorità della squadra avversaria, infilai l’uscita, balzai sul mio cavallo d’acciaio, arrancai su per la tremenda impennata iniziale seguito a ruota dalla stragrande maggioranza dei gregari.
Al primo tornante sostammo trafelati.
Qui ci raggiunse il giocatore di morra che non presentava segni di ferite o di percosse, aveva soltanto la maglietta a brandelli.
Non ci preoccupammo del vespista che parlava in modo impeccabile il Bresciano di città.

Dopo i duemilacento del Passo Maniva, la via del ritorno fu piuttosto facile e veloce.
Anche sulla neve, nel caldo pomeriggio, si camminava tranquilli.
A Bazena trovammo una comitiva di parenti alla lunga già piuttosto alticci.
Per futili motivi qualcuno ruppe un fiasco in testa a quello della morra il quale, stranamente, lasciò correre e si allontanò con i brandelli di maglietta tinti di un bel rosso violaceo.

Alle Santine stazionava l’erculeo Brigadiere di Breno: era imminente il passaggio delle minicilindrate partecipanti alla “Tre Valli”, gara motociclistica di regolarità.
Fummo invitati a circolare in fretta, oppure a fermarsi ai lati della strada.
Attirati dall’idea di uno spettacolo fuori programma, ci preparammo in posizione strategica.
Tutti, meno un frettoloso che doveva rientrare presto per accompagnare la morosa al cinema.

Lo spasimante si buttò nella folle discesa ma alla Cascata i freni troppo sollecitati saltarono e la cascata la fece il ciclista.
Costui, senza perdersi d’animo, ricuperò le cordine, le giuntò e sfruttò il cordino così ottenuto per legare al canotto della sella una fascina di fronzuti ramoscelli d’abete.

Il bonario Brigadiere, avvistato dall’alto il denso polverone che poteva turbare lo svolgimento della “Tre Valli”, inforcò l’Alce 500 R.E.I. e si buttò all’inseguimento gridando con voce tonante: “Fermati, sciagurato: Ti dichiaro in arresto”.

Fermarsi? Facile a dirsi, ma come?
La fuga irreversibile cessò bruscamente quando il conduttore del traino sterzò a destra per infilarsi in una stretta e ripida stradicciola: il Brigadiere lasciò perdere, preoccupato dell’eventuale traffico in salita.

Dopo il passaggio dell’ultimo forzato della minicilindrata, anche noi potemmo riprendere la strada del ritorno.
Più che un gioioso rientro, fu una lunga pietosa odissea.

Uno stradino solerte aveva calcato la mano con la famigerata ghiaia della “Caa de la gera”.
I cerchioni, surriscaldati dai pattini dei freni, scaldavano le camere d’aria rappezzate, il mastice delle pezze mollava.
Bisognava smontare al volo per non “pizzicare”, ribaltare la bici, levare il copertone, individuare le perdite, carteggiare e così via.

A Bienno, esaurite le pezze di scorta buttai il tubetto di mastice strizzato allo spasimo.
Lasciai cadere la bicicletta alzando le mani in segno di resa.

Un rombo di motore alle spalle mi risollevò il morale.
Un camion carico di pietre squadrate mi affiancò, si fermò.
E il Branchi gentilmente mi invitò a salire.

Nel giro di un chilometro tirai a bordo altri superstiti della spedizione, buon ultimo il frettoloso della fascina.

Entrando in Breno, l’autista rallentò a passo d’uomo perché dal Cinema Manzoni uscivano gli spettatori della proiezione pomeridiana.
Fra la gente che sfollava riconoscemmo una ragazza a braccetti con un Polizia Stradale.
Tanto per essere di conforto al valore sfortunato dell’eroe del giorno, intonammo in coro una vecchia canzone nostalgica che si spegneva in un belato straziante: “Così finì un amore”.


footer

Sei il visitatore n:


1024 x 768
Copyright 2007 Elena Francesconi
Webmaster & Webdesigner: Elena Francesconi