Quello scorcio di anno 1945 era stato, per quei tempi, eccezionalmente avaro di neve.
A Natale, i nostri sci di hycory e di frassino giacevano ancora in solaio coperti di polvere e di ragnatele.
Grazie alla strada libera, si indisse al “Carlo Tassara”, il Rifugio rinato dalle macerie belliche, un Veglionissimo di fine anno che doveva riuscire memorabile.
Ed infatti memorabile lo fu, ben oltre l’intendimento dei munifici organizzatori.

Fu invitata la “gente bene” di Breno con i dirigenti e sostenitori dell’Unione Sportiva.
Figuravano in lista dirigenti e maestranze di spicco della Tassara.
Arrivarono da Milano e da Genova Dottori, Ingegneri, Commendatori, nuoviricchi e pescecani con relative signore.

I bazenologi sconsigliarono agli automuniti forestieri di avventurarsi con le Studebaker su per la difficile strada di montagna.
Il Guido Lardelli, autotrasportatore, aveva da poco acquistato una capace autoambulanza militare, trasformata in corriera per portare le operaie al Cotonificio Olcese di Cogno.

Una cinquantina fra invitati di lusso con valigia, orchestrali, personale di servizio, leccapiatti e scrocconi furono inscatolati nel pesante mezzo che un conducente abile e spericolato, a forza di muscoli e di marce indietro sull’orlo dell’abisso, riuscì a portare fino in Campolaro.

Da qui, pochi passeggeri proseguirono a piedi per Bazena.
Molti usufruirono della jeep navetta.
Nessuno aveva gli sci.
La corriera venne parcheggiata in Campolaro per assicurare il rientro di tutti dopo una breve vacanza.

Il Veglione riuscì veramente uno splendore: si mangiò, si bevve, si ballò a sazietà; qualcuno svicolò anzitempo in camera.
A mezzanotte in punto, al culmine della festa, una signora che pativa i soffochini si affacciò al balcone ed annunciò trionfante: “Nevica!”.

Un urlo generale di gioia salutò l’avvenimento.
L’inverno non l’ha mai mangiato il lupo, come volevasi dimostrare.
Al mattino seguente nevicava ancora a larghe falde.

Un amico fraterno, compagno di mille avventure di montagna, si buttò dal balcone, giacque ridendo sullo spesso tappeto lasciandosi coprire dai fiocchi larghi e asciutti.

Alcuni brenesi se la batterono a piedi in tutta fretta, ma i più indugiarono a letto per smaltire gli effetti dell’orgia notturna.

Continuò a nevicare fitto per tutto il giorno e tutta la notte.
Il giorno 2 gennaio nevicò parecchie ore, e così il 3.
Fra i gaudenti intrappolati cominciarono a serpeggiare malumori, nervosismo, preoccupazione e panico.

Il cuoco Lucrezio Scalvenzi, uomo di grande competenza e innato buonsenso, calmo e ottimista parlò alla popolazione: “Abbiamo una buona scorta di carbone, di freddo non geliamo. Da mangiare ce n’è per un reggimento. Io personalmente, fino a che la neve gelata non porta un cavallo, di qui non mi muovo”.

Finalmente, la notte fra il 3 e il 4 gennaio, uscì una serenata spettacolare.
Al primo sole la neve sembrava tanto zucchero.
Su di un diffuso quotidiano provinciale apparve il solito trafiletto: “Comitiva di sciatori bloccati dal maltempo in Bazena”.

Alla fredda luce delle mie settantadue primavere, secondo me non fu maltempo, ma “biancusa”, tanta e di quella buona.

Sui costoni delle Viorche appariva l’isiga pulita: la neve era scivolata tutta più in basso, sulla strada.
In Vaiuga, scorticata da insensati tagli di abetaie, ciclopici massi di neve indurita e sporca, si accavallavano sulla strada.
Il Trebuc, lo dice il nome stesso, aveva concentrato al ponte della Cascata tutte le proprie capacità produttive.
I tornanti delle Santine erano sepolti, cancellati alla vista del provetto sciatore mandato al Curvone in avanscoperta.
Tutt’ora presente il pericolo di nuovi smottamenti.

Il Rifugio sembrava una cartolina natalizia, ma bisognava fare attenzione ai cornicioni di neve ed ai candelotti di ghiaccio.

Le scorte di quell’enorme ghiacciaia naturale furono tali che ai primi di giugno l’impresa di montare con le bestie alle malghe verdeggianti raggiunse toni epici da film western.

La linea elettrica ed il telefono, di recente costruzione, avevano tenuto.
Si poteva comunicare in circuito chiuso con la portineria della Tassara e con tutto il bacino idroelettrico, ma gli addetti avevano tutti la loro gatta da pelare: “Altro che partire al salvataggio di quattro sprovveduti, al caldo e ben nutriti”.

A Breno, il personale subalterno non era in grado di prendere iniziative: “Portare soccorso! Ma a chi, in che modo, con quali mezzi?”.

Da parte loro, i caporioni della Tassara sorpresi dalla nevicata con amici, clienti e industriali del loro rango, giocavano a morra e a ramino puntando forte, più che rassegnati al forzato relax dopo un anno di problemi aziendali, di battaglie sindacali vissute dall’altra parte della trincea; di bulloni filettati uno per uno da ragazzini maldestri; di ferroleghe, ghisa, tondino caricati ancora caldi per l’Italia affamata di ricostruzione.

Fiocca?
Lascia che fiocchi!

Tra l’altro in famiglia erano tutti “mangiatori di neve”, compresi i ragazzini e le signore.

Col ritorno del sereno si fecero più vive le proteste degli ospiti involontari.

Il più esagitato era un Commendatore milanese che rischiava di perdere un appalto per trenta milioni di allora.

Si offrì di fargli da guida un tecnico della Tassara, ufficiale del sesto alpini, azzurro di sci, praticissimo dei luoghi e di guerriglia partigiana.
La moglie del Commenda insistette per seguire il marito.
Il Comandante la squadrò, scosse il capo, ma fu costretto ad accettarla.

Molti altri desiderosi di unirsi all’impresa si fecero avanti, ma il Capo fu fermo e inesorabile e ne ammise soltanto una decina.
Ad una signora abbastanza giovane e snella il guardiano che aveva il piede piccolo prestò calzettoni e scarponcelli.

La Guida fece un discorsetto nitido e preciso.
“L’unica via possibile è il sentiero di Pià Tuit, stretto, ripido e accidentato. Il tracciato è in “paghera”, pertanto al sicuro dalle valanghe. Non sono ammesse borse e sacchi ingombranti. Al massimo uno zainetto chi ce l’ ha. Gli altri si riempiano le tasche di caramelle che potranno acquistare al Bar”.
Lui stesso diede l’esempio, ficcando nel marsupio una tavoletta di sciolina, un uovo sodo ed un’aranciata.

La spedizione superò agilmente i gras, camminando nella pista degli sci battuti vigorosamente a passi brevissimi, poi disparve alla vista dei rimasti che al balcone lanciavano grida e sventolavano fazzoletti.

Il sentiero precipita ripidissimo, forma due tornanti, s’incunea in un camminamento incassato che termina contro una roccia, provvidenziale per fermare i malcapitati che hanno preso velocità eccessiva.

Lo sciatore in testa faceva del suo meglio: apriva lentamente a spazzaneve, nei punti ripidi abbastanza larghi gradinava o scodinzolava; nei punti più stretti e accidentati si ficcava i bastoncini sotto il sedere, all’alpina.
La truppa bene o male lo seguiva scivolando e ruzzolando.

Al minimo rumore le “daze” degli abeti mollavano il pesante carico seppellendo il tapino che transitava nel loro beffardo raggio d’azione.

Passate rocce e roccette, il sentiero si allargava in una “tagliata” di abeti e di larici.
Nella neve alta i grossi ceppi non si vedevano, ma si sentivano, e come!

Subito dopo si sbucò nel lungo prato, abbastanza veloce col batti-pista infaticabile.

Ancora un tratto da tremarella lungo il sentiero tagliato in una parete franosa a picco sul torrente e, finalmente, il Ponte del Fontanazzo, dal quale sulla solida traccia dei guardiani muniti di racchette, in pochi minuti, si raggiunse l’Albergo Campolaro.

Il Luigi Morandini detto il Bigio, Adamellino tutto di un pezzo e suocero del rag. Laini, allertato da Bazena aveva preparato un pentolone di brodo, con manzo e gallina allesso per chi aveva fame.

Per forza maggiore la sosta fu breve, perché il meriggio invernale incombeva.
Al Cavallino si prese per la strada vecchia che sale da Prestine.
Ma si fu costretti a perdere quota per aggirare la famigerata slavina della Cappuccetta che aveva travolto due baite e maciullato il bosco di noccioli sottostante.

A Salice la strada era per un buon tratto libera: la neve era stata sciolta dall’acqua calda che sgorga copiosa dal tufo sovrastante.

Un ultimo sforzo, e la comitiva agli sgoccioli delle risorse psicofisiche sbucò all’incrocio con la strada per Valle delle Valli dove incappò nel Gi.Em.Gi. adattato a spartineve che rientrava a lavoro compiuto dalla centrale.

Il Pelamat sorridente e affabile si fece se possibile più magro per ospitare in cabina quanti più poté fra i maggiormente provati.
Gli altri si adattarono sul cassone solitamente adibito al trasporto di scorie e lingotti.

A primavera inoltrata tornavamo da Pian d’Astrio, dove ci eravamo divertiti parecchio sciando sulla neve indurita ancora abbondante in fondovalle.
Alla Chiesetta di Degna ci fermammo a scambiare quattro chiacchiere con due maestrine forestiere venute da Astrio per una passeggiata.

Nell’ambiente ristretto di allora, in cui si dava immediatamente un volto e un nome ad ogni ronzio di motore, udimmo uno strano fracasso di macchina schiacciasassi proveniente dal voltone della Paghera.

Ben presto il rumore si fece più forte, assordante, ed ai nostri occhi stupefatti si presentò una sequenza da film “Un maggiolino tutto pazzo”: un cingolato Sherman largo tre metri e lungo cinque smantellato a go-kart trainava una corriera tenuta in rotta da un robusto guidatore.

Sul cassone in legno artigianale adattato all’ex carro armato, otto spalatori cantavano spavaldi e brandivano i badili luccicanti come mitragliere.
La spruzzata di pittura rossa della corriera se n’era andata.
Sotto era tornata alla luce la primitiva vernice mimetica color sabbia dell’Africa Korp.

Provai un profondo senso di invidia e di ammirazione per l’uomo che premeva or su l’una, or su l’altra leva del cingolato, intento, compreso, con l’espressione introversa di un moderno “mammo” che spinge la carrozzella con a bordo l’unico prezioso frutto dei suoi lombi.


POESIE (Notiziario 2003)


I prim pass

Quando che sģe 'n bocčta
ho stentąt a caminą,
perché se fa fadģga.
Alura la poera mama
la m'ha brancąt per i brasģ
la m'ha tirat an pé
la m'ha moląt e l'ha dit: "Solo!".
De l'otra banda
al gh'era la servacģna
'n cucił, col bigaröl desbutunàt,
che me spetaa a bras dervčrcc.
Ah sé, che ho 'mparat a caminą!".



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