Stelle alpine, nidi di rapaci, caccia alle bianche, salvataggi di cani
incrodati; tetti muscosi, grondaie intasate, comignoli in fiamme; eccelsi
ciliegi vetusti, rossi crocieri imbroccati fra i rami dei larici secolari
della mia Zumella: queste furono le mie severe palestre.
Ma alla pala del
Badile avevo sempre guardato con rispettosa riverenza: roba per
specialisti, per forzati della vertigine. Perciò rimasi titubante
quando il Tino Filippini mi propose la scalata. "Dai, vieni anche tu, "
insistette il Tino. "Ho un carico di legna verde da portare in vetta.
Mi daresti una mano". Alla fine accettai.
Partimmo all'alba. Lasciate le motorette alla galleria di Paspardo, a
tempo di record raggiungemmo Volano: se non altro, i compagni erano tutti
ottimi camminatori. Prendemmo per la mulattiera che sale alla malga del
Marmo, poi per un incerto sentiero da capre toccammo la base d'attacco,
a destra della caratteristica escrescenza bianca che dà verso il Tredenus.
Tino srotolò la corda di 40 metri gentilmente prestata dal Dante
e fece il discorsetto d'occasione: "Questa via non è difficile,
ma è molto ripida e si è esposti per tutta la durata della
salita. Quindi, salire con metodo senza staccare contemporaneamente mani
e piedi dalla roccia. Lasciare sempre la corda floscia evitando tensioni
e strappi. Usare la corda come ascensore solo in casi di estrema necessità.
Nei punti pericolosi non muoversi prima che il compagno che ti precede e
quello che ti segue siano solidamente attestati. Darsi la voce e collaborare
come un sol uomo".
Ci legammo. Capocordata, naturalmente, il Tino.
Seguivamo, se ben ricordo, il maestro Creatini, la Franca Pezzotti, mio
fratello e la Milena, la Romana, Pepito Laini, Valentina. lo chiudevo la
marcia.
Il Tino s'inerpicò in solitaria ed alla fine del suo tratto
di corda raggiunse uno sperone spazioso. I più pesanti e imbranati
vennero issati a forza di braccia; gli altri si arrangiarono come poterono.
Attaccammo una verticale lunga come la fame, facilitata tuttavia da appigli
sicuri. Arrampicavo senza sforzo, agevolato dalle mie lunghe braccia, ma
con una lentezza esasperante ed eterne soste obbligate spesso rese più
sfibranti dalla posizione scomoda.
L'unico panorama che ho impresso nella
memoria è il disegno delle suole di Valentina che sfioravo con la
testa.
Dall'alto scendeva un confuso vociare che ci ricordava: "Lassù
qualcuno ti ama".
A conferma, nel bel mezzo di una lastra liscia come una lapide, bucherellata
da radi forellini di lumachine fossili che era d'uopo trovare a tastoni,
i superiori ci spedirono in testa una scarica di sassolini che rimbalzarono
come chicchi di grandine sul mio cappelluccio tirolese rigido come un paiolo.
Più tardi, parlandone, affermai e confermo che il tratto più
bello era stato dove Valentina aveva preso il sasso in testa. Ma Valentina
fraintese e fece l'offesa, mostrando un vistoso bitorzolo con superficiale
lacerazione cutanea.
Da remote lontananze mi giunse l'eco di una voce toscaneggiante: "La
Fasa, la Fasa". Il capo ordinò: "Lasciare gli zaini. Portare
solo i viveri di conforto". Il solo Pepito si ritenne esentato e si
tenne a tracolla la sacca da marinaio. La Franca salutò con occhio
mesto la bottiglia di vino della messa sottratto con fraudolenza dal cantinino
personale di babbo Filippo scavato negli imi recessi di Torre Ballardini.
"Abbi fede, fanciulla", la confortai.
Mi strizzai in gola le ultime gocce di ignobile Clinto da un contenitore
di candeggina in soffice plastica primordiale; travasai con polso fermo
e: "Dentro nel carniere!".
Attaccammo la normale, corrispondente ad occhio e croce alla ferrata del
C.A.I. di Darfo. Sbucammo finalmente sull'agevole crinale che porta alla
vetta. Ci mettemmo in ordine gerarchico per la firma di rito. Io delegai
il maestro che aggiunse di suo pugno una frase spiritosa.
Da un canalino
a destra di chi volge le spalle a Breno sbucarono, zaino in spalla, freschi
come rose, due aitanti ragazzi di Lumezzane.
Vedendo la croce domandarono che cima fosse. "E' il Cortenazzo",
spiegò il maestro.
Chiesi loro: "Siete venuti dalla finestra?" "Quale finestra?"
Mi rispose.
Firmarono il quadernetto e notata la piccola Kodak del maestro mi chiesero
una foto ricordo.
Porgendomi carta e penna mi dettarono l'indirizzo e sprofondarono nel loro
canalino. Nessuno saprà mai come siano saliti e tornati. Non mi risulta
comunque che siano stati fagocitati dalla montagna, poiché a stretto
giro di posta mi arrivò la cartolina di S. Sebastiano.
Il vino di
Rodi venne libato solo da pochi eletti, che i più ricusarono diffidenti
di accostare le labbra al sospetto contenitore giallastro con tanto di teschio
stampigliato. Tanto peggio per loro: giammai fu brindato così degnamente
alla conquista di una vetta!
Il capo ordinò:"Leghiamoci, che ci vien tardi".
Prendemmo a scendere schiamazzando euforici, decisamente troppo veloci,
ma ci accorgemmo ben presto che qualcosa non andava.
Dopo
lunghe peripezie, ci trovammo a cavalcioni di uno spigolo di pregevole fattura:
fronte alta e liscia, naso aquilino, labbra sensuali, mento da Befana, collo
di cigno. A debita distanza in verticale, l'invitante balcone di un ampio
seno di donna.
Calammo per primo il più agile e leggero, vale a dire
il maestro, che dal basso pilotò magistralmente lo stivaggio dei
compagni di sventura. Il Pepito, naturalmente, a metà campata mollò
la corda, allargò le braccia ad angolo, capottò; dimenandosi
battè contro il duro sasso tutto quello che si può battere,
malamente protetto dall'inseparabile sacca. Planò alla fine sulle
teste della truppa, mugugnando che lo avevamo lasciato andare. Penultimo,
il capo si accinse a calarsi.
Entrai finalmente in agitazione sindacale:" Ed io come vengo giù?
Mi attacco al pennello, come l'imbianchino di venerabile memoria? Sono assolutamente
digiuno di tecnica alpinistica. E' tutto il giorno che sto in coda, ho le
unghie rosicchiate, le impronte digitali cancellate, i calli mi fanno fuoco
e fiamme". "Hai ragione, vai, vai", riconobbe il capo. "Io
vengo giù dopo a corda doppia ".
Quando la corda doppia scarrucolò,
largamente preavvisato da un'ombra che solcava il mio ritaglio di cielo,
tacchi Vibran incuneati in una scaglia, ginocchia flesse, osso sacro e dintorni
incollati alla parete, busto in fuori a 45 gradi, braccia allungate leggermente
piegate verso l'alto, afferrai una canottiera biancastra e me la strinsi
forte al petto con un sinistro scricchiolio di reciproche costole.
"Mi
hai salvato la vita", disse il capo.
"Dovere, mio capitano", tagliai corto.
Ma il capitano era stanco. Accusando le lunghe ore di tensione
nervosa, si accasciò come una pelle di stracchino e riconobbe sconsolato:"Abbiamo
sbagliato strada".
Prese l'iniziativa il maestro Creatini, studioso
autodidatta di Badile Cortenazzo.
Dotato di eccezionale senso dell'orientamento e di memoria scolastica per
luoghi e particolari, consultò rapidamente la libretta d'autore arricchita
da appunti e schizzi personali, diede un'occhiata alla bussola da polso
e stabilì:"Siamo di un trenta metri troppo a nord-ovest dalla
normale Federici. Vado a controllare di là".
Ed additò un crinale.
Liberammo tutta la corda e lo aiutai ad imbragarsi.
Saltellando e zampettando in traversata fin quasi a fine corda, il nostro
si arrestò gridando trionfante:"Siamo sulla strada giusta, venite
tutti".
Si slegò rapidamente e ci gettò la corda.
"Picio",
abbaiò il capo riavutosi di colpo. E raccolta la fune floscia si
legò e raggiunse il distratto teorico della montagna. Il gruppo passò
agevolmente, forte della corda tesa come un raggio di bicicletta fra me
ed i due affidabili avamposti.
Di bel nuovo in coda, a lunghi balzi raggiunsi
il capo che ricuperava gradatamente la corda. Guadagnammo la Fasa con relativa
facilità, ricuperando gli zaini.
Alla Finestra (non c'era ancora
il baracchino) rifocillati imboccammo il sentiero del bosco di allora e
salti e ruzzoloni. Entrammo trionfalmente in Volano dove potemmo spegnere
con ripetute libagioni la lunga sete.
Il Pepito pescò dalla sacca
la borraccia inox intatta e insistette: "Non me lo farete riportare
a casa". "Appunto", approvai. E, svitato il tappo, con un
soave sorriso sulle labbra innaffiai dolcemente i ranuncoli e le viole dei
pensiero.
Dulcis in fundo, alla galleria mi venne assegnata la Romana, che
nelle curve inghiaiate pencolava sistematicamente i suoi ottanta chili arricchiti
da zaino dalla parte sbagliata, con emozionanti effetti di slalom speciale.
Divorammo i castagneti a velocità esponenziale, onde staccare il
Pepito, pilota fantasioso ed imprevedibile.
Rientrati in Breno appena in tempo per la Messa Vespertina, infilai il Leoncino
Benelli tra due macchine in sosta a piè del sagrato. Il Pepito lasciò
la Vespa di traverso ed appese la sacca famigerata al panciuto serbatoio
della mia belva, appoggiandola con cura al carburatore gocciolante ed alla
marmitta arroventata. Solo il tempestivo intervento di un devoto ritardatario
scongiurò l'immane disastro ecologico.
All'uscita il Pepito protestò:"Mi
hai fatto bruciare la mia sacca, adesso me la paghi". Un pugno alla
Bùd Spencer, appesantito dalla stanchezza, calò inesorabile
sulla testa del Tapino: era tutto il giorno, che ne pativo la voglia.
Ah,
dimenticavo un particolare commovente: tra una parentesi di solenne silenzio,
chiara e squillante si alzò alle mie spalle una dialettale vocina
innocente:"Guarda, papà, quell'uomo ha rotto le braghe".
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