Leggo sul supplemento di un diffuso quotidiano: Agility, gara a cronometro per coppie cane e padrone, una specie di gincana con passerelle, altalena, slalom, tunnel e fossato.
Nato come divertente sfida per sagre paesane, il gioco sta ormai salendo al livello di vera specialità sportiva.

La descrizione ha destato in me parecchio interesse ed un filo di nostalgico rimpianto, poichè col passare degli anni ho perso per strada l'antica agilità, e da tempo non posso più contare sulla collaborazione di un fido ausiliare a quattro zampe.
Però, una volta ...

Una volta, quando in famiglia nasceva un bimbo, si usava dargli il nome dei nonno o di un parente.
Se proprio l'incremento demografico esagerava, si ricorreva ai Santi dei calendario: si sfogliava lentamente il lunario davanti agli occhi dei neonato, e il fantolino indicava con il dito il proprio nome.

La stessa usanza valeva per i cani.
Si faceva sedere il cucciolo in posizione di attenti, e si recitava lentamente: Bill, Boby, Diana, Fero, Fido, Iria, Mirka e così via.
Quando il cane sentiva il nome atavico, scodinzolava ed annuiva abbaiando, esprimendo chiaramente: "Mi chiamo Tigre!".

Agosto, mese di ferie e di animali abbandonati.
In bottega si accudiva sonnolenti a mansioni di routine.
Il cucciolone, mezzo segugio e mezzo spinone, arrivò trotterellando di sghimbescio, entrò dalla porta lasciata aperta per l'afa, si guardò in giro approvando, chiese ed ottenne cibo ed acqua.
Indi si scavò una nicchia in un cartone di paglietta e prese a russare sonoramente.

Il riposo assoluto era il suo relax preferito.
Al mattino emergeva dal sopor verso le undici e mezza, svegliato dal rombo assordante d'un motorino.

Chissà perchè, a tutt'oggi, i garzoni di fornaio consegnano il pane a domicilio inforcando motorini scassati ma muniti di marmitta con amplificatore.

Puntualmente, il cane saltava allungandosi attraverso un vetro trenta per sessanta appositamente rotto, si allontanava per pochi minuti, tornava sistematicamente con un panino caldo e croccante che depositava nella scorta viveri personale.

Insospettito, pensai bene di pedinarlo, e lo vidi aprire con delicatezza il sacchetto lasciato sulla soglia della Caserma dei Carabinieri, levare a fior di labbra un panino, deporlo sul gradino pulito, richiudere con cura il sacchetto e ripartire al piccolo trotto portando a testa alta la preda.

Sostituimmo immediatamente il vetro mancante con un rettangolo di compensato, sordi alle strazianti richieste del cane, avvilito e frustrato nelle sue velleità di contribuire al bilancio familiare.

Di primo pomeriggio, portavo il cane e passeggio, o meglio, a passeggio ci andavo io, perchè lui andava chissà dove per i fatti suoi.

Nacque il problema di come chiamarlo.
Provammo con tutti i nomi del calendario canino, ma lui ci guardava muto, sconsolato e avvilito: "Ma come fate a non sapere, a non capire", sembrava voler dire.
Ripiegammo sul generico richiamo: "Tè, tè".
Ma il cane non ubbidiva, non imparava, intristiva.
Finchè un ragazzino volonteroso e servizievole che bazzicava in bottega nelle ore libere da impegni scolastici, risolse per caso l'incresciosa situazione.

Il tecnico della televisione aveva parcheggiato il furgone nel cortile ed il ragazzino, oggi pilota d'aviazione, lesse ad alta voce la scritta pubblicitaria: "Telefunchen!".
Il trovatello senza nome latrò di gioia, saltò al collo del ragazzino con travolgenti baci ed abbracci; sembrava volesse dire: "Finalmente!".
Da quel momento il cane si chiamò Telefunchen, abbreviato in Fúnken, per risparmiare la Tele.

Aggressivo con i gatti, timido e diffidente con i grandi, mansueto e giocherellone con i bambini, il cucciolone eccelleva nel gioco dei calcio.
Nel corso dei turbolenti e infuocati derby di quartiere, esilarava i piccoli compagni di squadra con un palleggio di testa degno di una foca ammaestrata.

Un giorno il cane fu svegliato da una voce eccessivamente robusta di un cliente cinofilo e cacciatore, appoggiò le zampe anteriori alla fontanella, leccò il rubinetto chiuso.
L’uomo disse: "Ma guarda quel cane, gli manca solo la parola!".
E cane si girò, guardò l'incompetente con aria offesa e disse: "Aùf", che in gergo canino vuol dire: "Ho sete".

Con l'apertura della caccia, cominciò ad entrare in bottega selvaggina fresca.
Ritenemmo antieducativo, oserei dire sadico, esporre un cucciolone a stimoli innaturali, ad odori di reattivi chimici, a pericoli di avvelenamento, per cui lo trasferimmo fuori, nella cuccia in muratura ricavata sotto i gradini dell'entrata.

Il cane si adattò di buon grado alla catena.
Anzi, ritengo che il sentirsi legato gli desse un certo qual senso di sicurezza, poichè quando a tarda sera trascuravo di agganciare il moschettone, il cane si aggirava tutta notte intorno alla casa come un'anima in pena.

Una mattina, e poi un'altra e un'altra ancora, puntualmente alle sette e mezzo, venni svegliato da alcuni leggeri rintocchi di campana.
Bisogna sapere che sopra la cuccia stava appeso un vecchio campanaccio arrugginito il quale, unito al discreto abbaiare del fido custode, faceva egregiamente funzione di citofono e di campanello elettrico.
Chiamato al dovere quotidiano dai misteriosi rintocchi, balzavo prontamente dal letto, convinto si trattasse di un cliente mattiniero, correvo in cucina, alzavo la tapparella, sbirciavo fuori: nessuno.

Finchè un bel giorno, intento a caricare la Moka con un lieve anticipo sullo svegliarino paranormale, sorpresi il cane che, ritto come un barboncino da Circo sulle zampe posteriori, sollecitava con il naso il campanaccio onde reclamare la sua abituale passeggiata igienica.

Non essendo il cane abbastanza maturo per affrontare le fatiche ed i disagi della caccia in montagna, facevamo insieme lunghe scorribande lungo il fiume.
Arrivati alle Bosche, oggi zona artigianale, l'apprendista cacciatore partiva come un razzo con il naso ficcato a terra, incrociando fittamente, ritornando sui suoi passi, puntando.
Sembrava quasi un vero cane da caccia.
Però non ci fu mai verso di farlo entrare in acqua; forse, senza forse, c'era stato gettato a forza da piccolo.

Il giorno di Santa Barbara, tornando dalle Bosche, m'intrattenni per alcuni minuti con un cliente ed amico di Ponte Saviore, guardiano alla diga di Salarno.
Il cane ne approfittò per allontanarsi con una Lassie adescatrice.
L’amico mi costrinse a fare un salto al Giardino, dove si stava radunando l'Enel al completo per festeggiare degnamente la Santa Patrona.
Quando finalmente riuscii a sganciarmi dalla simpatica compagnia, mi sovvenni finalmente dei cane.

Chiamai, fischiai, cercai in giro: niente da fare.
Ormai rassegnato, la domenica successiva, uscii da solo a caccia di gardene.
Al rientro, venni informato che a Messalta il Parroco aveva dato un annuncio: "è stato ritrovato un cane di razza pregiata.
Qualora il proprietario non si presentasse entro otto giorni, il cane verrà messo all'asta ed il ricavato devoluto in beneficenza.

Il mio collaboratore, un cattivo di estrema sinistra, sogghignò: "Lasciamo che vada all'asta. Son curioso di vedere quanto riescono a lucrare, da quel bell'arnese di cane".
Io protestai vivacemente: "Non sia mai detto che il mio cane venga venduto all'asta come uno schiavo!".

Detto fatto, contattai la Segreteria Parrocchiale ed ottenni i connotati del benemerito cinofilo notoriamente dedito all'abigeato a scopo di estorsione.
Quando l'individuo mi richiese una cifra esorbitante per il mantenimento, gli misi in mano le cinquecento lire al giorno convenzionate e gli ringhiai: "Contèntati, e ringrazia i tuoi Santi se non ti denuncio per furto.
E tieni a mente che i cani, se non li chiudi in stalla legati con la catena della vacca, la strada di casa la trovano con le proprie gambe.

Quando cadde la prima neve, il cane l'assaggiò, la fiutò, prese a mangiarla a grandi boccate, a correre, a sgommare e derapare, a rotolarsi ululando di gioia.
La neve doveva avercela nel sangue, come i lupi e come i camosci.
Fui tentato a portare il Fúnken a caccia sul Pian della Regina, ma la sua prestazione non fu delle più brillanti.

E' ben noto ai cacciatori che anche i cani da penna dalla ferma più solida raramente resistono alla tentazione di inseguirla, la lepre scovata.
Al contrario, il mio ignobile ibrido non fece una piega quando la lepre bianca gli schizzò sotto il naso.
E non è tutto: mentre io sparacchiavo vanamente alla lepre fuori tiro, il cane si accucciò nel covo tiepido e dormì fino a pomeriggio inoltrato.
Lo ritrovai al ritorno, ricalcando le orme dei mattino, e ci vollero le maniere forti per smuoverlo.

Verso primavera mi tirai dietro il cane per qualche modesta escursione in quel di Bazena.
In salita andava bene, tracciava lui la pista galleggiando letteralmente sulla neve con le larghe zampe pelose.
Quando era stufo, passava in seconda posizione e camminava con perfetto sincronismo sulla coda degli sci.

In discesa, intuì immediatamente che era da stupidi seguire, incespicando e tossendo, le larghe esse tracciate dagli umani.
Preferiva soprassedere a studiare il percorso; indi si girava sulla schiena e slittava in diretta a valle, lasciandosi dietro una lunga scia di sudiciume.

Verso i primi di maggio, il Barba Carlo venne ad invitarmi: "Andiamo al Pizzo Camino, che non ci sei mai stato. Io faccio il turno di notte; vieni addirittura a prelevarmi domattina alle sei".
Alzatomi per tempo, cercai di non far rumore, ma il cane intuì che andavo in montagna e tormentando la catena intonò il verso del lupo.
Fui costretto a slegarlo, e lui, buono buono, si acciambellò al proprio posto appoggiando il muso sullo zaino.

Il Barba mi aspettava sul piazzale già vestito da montagna.
Ai primi tornanti della Malegno Borno la mia guida ordinò: "All'incrocio per Lozio, prendi a destra”.
Osservai timidamente: "Non ti pare di prenderla un po' alla larga?".
"Gira e vedrai", rispose il Barba.

Giunti a Villa, parcheggiammo alla Centrale.
Dopo una lunga passeggiata suggestiva fra prati in fiore e boschi odorosi, per le Malghe di Varicla sbucammo al vecchio Rifugio Coppellotti, campo base delle prime ascensioni giovanili del Barba Ducoli che dalla nativa Darfo saliva a Borno in bicicletta.

Sostammo un istante sulle macerie dei Rifugio.
"Hostium rabies diruit", bestiale stupidità della logica di guerra: non possiamo nè difenderlo; lo facciamo saltare, così gli altri dormiranno alle belle stelle.

Per salire al Pizzo Camino il Barba optò come al solito per la via più difficile e complicata.
Sconfinando in Val Burnega, riserva di caccia, a norma di regolamento avrei dovuto mettere il cane al guinzaglio, ma, visto che nei paraggi non c'era ombra di sorveglianza, considerato che in quella stagione il cane non poteva recar alcun danno a covate e pulcini, lo lasciai libero.

Ad un tratto lo vidi, naso al vento, entrare in un canalone, superare un dosso gattonando, inchiodarsi con la zampa alzata ed il muso girato a monte, tremando come una foglia di betulla.
Sussurrai al Barba indifferente: "Qui ci facciamo notte".
Incoraggiai il cane ad "entrare".

In una cunetta erbosa fra quattro pietre scheggiate scoprimmo uno strame di piume bianche e deiezione di spessore e dimensioni insoliti: ci aveva dormito un reggimento, in quella buca.

Il cane annusò con grande interesse, avanzò di quattro passi e puntò di nuovo.
La "ganda" sembrò esplodere: un volo di venti, forse trenta maschi frullò contro il cielo azzurro, scintillando come stagnola ai raggi dei primo sole.
L’eco della montagna ci portò moltiplicando il rauco grido dei "Roncàsc" che planavano, si impegnavano aggrappandosi alle roccette del Moren.

"Andiamo, Fúnken, lasciamole in pace", dissi. il cane obbedì.
Lo accarezzai dicendogli che era stato bravo, proprio bravo, e quello uggiolò, mugolò a lungo a bocca chiusa dimenandosi di gioia: sembrava volesse raccontare quello che aveva visto, quello che aveva provato.

Riprendemmo a salire.
Per superare un passaggio scabroso e innevato, il Barba ritenne prudente legarsi in cordata: lui primo, secondo il cane assicurato con una ingegnosa imbracatura improvvisata; io chiudevo.

Il cane non ci fu di nessun impiccio; aderiva con il petto alla roccia, ficcava gli unghioni nelle fessure più strette.
Quando era in difficoltà avvisava il Barba che gli dava uno strappo.
Io da sotto gli facevo da pedana con il braccio piegato.
L’insolito alpinista si agganciava col mento al primo appiglio adeguato alla sua statura e si tirava su graffiando la roccia.

Raggiunta la vetta, ci slegammo ed aprimmo gli zaini per uno spuntino.
Il Barba indicò con largo gesto il versante opposto: "Quella è la Val di Scalve, laggiù c'è Schilpario".
Ma io, dal Pizzo Camino, Schilpario non lo vidi mai perchè una pesante nube nera sali all'improvviso dalla vallata e ci avvolse come un gelido impermeabile bagnato fradicio.
Cominciò a nevicare fitto da sotto in su, e la "rabbia" crepitava sulle giacche a vento indossate in fretta e furia.

Richiudemmo negli zaini la fame insoddisfatta; il Barba arrotolò la corda e mi porse un calzettone di lana, per tenere almeno una mano al caldo.
Ci demmo alla fuga giù per la via più facile.

Al Mut de Ra uno splendido sole burlone ci avvolse, ci asciugò, ci scaldò le ossa.
Sedemmo, aprimmo gli zaini: finalmente si mangia!
Dal Roccolino che ci stava di fronte usci a prendere un po' di aria un nostro vecchio compagno di lavoro.
L’amico ci riconobbe e ci gridò: "Cosa fate, là, "Majasèc?".
"Venite, che abbiamo avanzato un mezzo pollastrino, salame e formaggio".
Sarebbe stata una grossa scortesia rifiutare.

Entrammo, salutammo il Tabachì con due altri che stavano parlando di un loro progetto per la costruzione di un nuovo Rifugio, leggermente spiazzato onde poter fruire della comodità di una sorgente.
L'odierno Laeng, appunto.
Mangiammo a sazietà, bevemmo in proporzione.
Quando uscimmo ringraziando eravamo piuttosto malfermi sulle gambe, ma il sano esercizio fisico e l'aria fina ci rinfrancarono.

Ad un tratto mi fermai palpandomi le tasche, con la netta impressione di aver perso qualcosa: "Il cane! Abbiamo dimenticato il cane in vetta".
Il Barba rispose cinico: "Ne verrà su una pianta".
Che farci? Non era il caso di tornare su a cercarlo.
Alla Centrale di Villa ci venne incontro il Vanoli: "Cominciavo a pensar male; il cane è un bel po' che è tornato da solo, dorme in macchina da tre ore".

Ad autunno avanzato, un sabato pomeriggio arrivò in bottega mio cugino Carlo per mettersi d'accordo col Black.
Decisero di andare a "taine" al Frisozzo ed insistettero perchè mi unissi alla compagnia.
Mi scusai: ero da poco rientrato dall'Africa; stavo organizzando una mostra personale a Breno; dovevo portare il materiale raccolto a Genova e lavorare sodo per finanziare una seconda spedizione africana a gennaio.
Inoltre avevo la licenza di caccia scaduta.
"Se è per questo", insistette il cugino", una schioppettata puoi sempre farla con il mio fucile”.

Partimmo che era già buio, parcheggiammo a Isola.
Caricati zaini e fucili sulla teleferica, muniti di una fievole torcia elettrica, scarpinammo su per i cinquantaquattro tornanti che portano al Vertice.
Seguendo il tracciolino pianeggiante arrivammo al Lago d'Arno.

Qui si lavorava a tre turni nel traforo per San Fiorano e la baraccopoli era animata come in pieno giorno.
Grazie al Black che era di casa avemmo una minestra calda ed un posto letto.
Il Fuinken fiutò odore di zuppa e sgattaiolò in cucina.
Dormimmo nei sacchi a pelo sopra le brande libere per il fine settimana.

Per la verità il riposo fu alquanto disturbato: cani che non volevano dormire sotto il letto, "mineurs" a cottimo che montavano e smontavano; a mezzanotte la "volata" di cento fornelli squassò a lungo la montagna.
Però sempre meglio di una marcia notturna e di un bivacco nella baita abbandonata da mesi.

All'alba, attraversando la diga, prendemmo il sentiero che sale al Frisozzo.
Il tempo non prometteva nulla di buono.
Il Black, il suo cane e due scalmanati allungarono il passo e scomparvero.
Io ed il cugino guadagnammo lentamente quota.
Si era alzato un ventaccio della malora che ci sbatteva in faccia il crudo nevischio.
In quelle condizioni il cane non serviva a niente e camminava dietro.

Piegando a sinistra della Malga del Frisozzo, incrociammo la traccia caratteristica della pernice bianca.
Seguendo le orme con lo sguardo la vidi accovacciata, la testolina insaccata, tradita dal bianco serico delle penne sulla neve cristallina.
Feci un cenno col mento al cugino.

Questi, non so se per cavalleria o perchè aveva gli occhiali appannati, mi porse il fucile.
Temendo di "cimare" il bersaglio, con un sovrapposto che non conoscevo, mirai troppo basso e la rosata strisciò e rimbalzò sulla neve.
L’uccello, visibilmente ferito, si alzò e volò oltre un dosso.
Lo ritrovammo due canaloni più in là, rannicchiato in una cavità naturale sotto una lastra di granito.
Respirava a fatica; una goccia di sangue rosso rubino gli usciva dall’angolo del becco, si gonfiava come una bolla di sapone.

Passai il fucile al cugino dicendogli: "Non posso spararle così da vicino, la maciullerei; la prendo con le mani".
L’uccello mi guardò fisso negli occhi e col tempismo istintivo degli animali selvatici mi frullò fra le dita e si dissolse inghiottito dalla tormenta.

Mi incamminai nella stessa direzione.
Sotto i miei piedi, coperto da uno strato di neve e ghiaccio, mormorava un invisibile ruscello.
Come avrei dovuto prevedere, il fragile strato si ruppe scricchiolando e l'acqua gelida mi entrò a flotti nelle scarpe.

Finalmente mi rassegnai a ripiegare.
Chiamai e richiamai il cane.
Ma il cane non c'era più: aveva disertato, disgustato da quella ignobile crudele pantomina.

E aveva le sue buone ragioni, che diamine!
Cercare e scovare un selvatico può essere un gioco affascinante.
Ma prendere a schioppettate una creatura dei Buon Dio plasmata in milioni di anni per sopravvivere in quell'ambiente ostile, è un crimine imperdonabile.
Con l'aggravante di mandarla a morire chissà dove per febbre e per inedia.
E un signor cane non si presta a far da complice.

Sceso a livello del Lago, confuso nella nebbia, spaventato dai cento "fornelli" della "volata" di mezzogiorno, il cane non riuscì ad imboccare il sentiero per la diga.
Entrò nell'aborrito liquido elemento e nuotò in direzione delle baracche ospitali.
Fu così che un giovane cane di nome Fúnken, nell'anno 1970, in prima assoluta invernale e senza barca d'appoggio, realizzò la traversata del Lago d'Arno da costa a costa.

Nella baracca adibita a cucina, il cuoco dell'Impresa, preciso come un robot, pescava nella gigante marmitta manate di pasta; con l'altra mano versava mestolate di sugo nei piatti che gli operai in fila ordinata porgevano.
Di quando in quando il cuoco, che da giovane era stato in Marina, dava un'occhiata distratta fuori dall'oblò.

Quando vide qualcosa che solcava l'acqua e annaspava invano contro le pietre lisce della scarpata, mollò spaghetti e mestolo lanciando l'allarme: "Un uomo a mare, un uomo a mare".
Sopraggiunse all'istante il custode il quale, munito di un lungo rastrello uncinato, arpionò il cane, lo issò all'asciutto, lo strizzò ben bene, lo avvolse in una coperta strofinandolo vigorosamente.

Il naufrago si riebbe prontamente e degustò con appetito la sua porzione di pastasciutta.

Quando lo ritrovai al ritorno il cane non mi degnò di uno sguardo; per riportarlo a valle dovetti trascinarlo con una cordicella.

Un mesetto più tardi mi capitò in bottega il cuoco per ritirare un paio di pelli di pecora conciate.
Voleva fare il sacco a pelo, mi disse.
Al momento di pagare, mi richiese un forte sconto: "Perchè sono io, che ti ho salvato il cane!".

"D'accordo", risposi io, "le pelli te le regalo. Quanto al cane, ho urgenza di trovargli una sistemazione perchè il mese prossimo torno in Africa. Te lo regalo soprammercato. Tu lo hai salvato, e adesso te lo tieni".
Il cuoco, indeciso, aprì la portiera della Simca 1000 e caricò le pelli arrotolate.
Il cane montò svelto e si mise comodo, col muso appoggiato al morbido fardello.

Dopo un paio d'anni incontrai per caso il cuoco all'Ufficio Cassa dell'Enel.
Gli chiesi del cane.
"E' riuscito un fenomeno", fu la risposta, "mi ha fatto vedere un fracco di cotorne".


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